Articolo taggato “vita”


Ha suonato per qualcuno il campanello d?allarme a seguito del QUINTO RAPPORTO IARD SULLA CONDIZIONE GIOVANILE NEL 2002?
Eppure anche allora i giovani si presentavano soli e incerti, figli di un’epoca in cui la condizione dominante era l’instabilità, sia affettiva che lavorativa.
Mancano le figure-guida, diceva il rapporto, che un tempo aiutavano i ragazzi a crescere, e gli unici sostituti sono la televisione e i divi dello spettacolo.
Insomma l?indagine dipingeva un quadro certamente non incoraggiante della popolazione giovanile nell?età compresa fra i 15 e i 34 anni (la gran parte dei matrimoni si concentrava fra i 30 e i 34 anni).
Il governo precedente, quello di Berlusconi ovvio, così sensibile alle problematiche giovanili ha avuto quattro anni di tempo per ?elaborare proposte costruttive?, indicare soluzioni, rendere meno precaria la vita di chi deve investire nel futuro e si trova in mano un contratto di tre mesi (e come unica certezza il precariato).
E la famiglia? Pur ritenendola sacra a parole, si è investito su famiglia e figli meno di Lussemburgo, Danimarca, Finlandia, e via così fino al penultimo posto.
Si potrebbe proseguire a lungo.
Una curiosità. Nell’area della sfiducia trovavamo nel 2002:
a) i militari di carriera;
b) gli amministratori del comune (che all’interno della politica risultano comunque la categoria che ottiene la valutazione migliore, era però appena arrivata la Giunta Baghino) e i funzionari dello stato;
c) i sindacalisti, il governo, i partiti e ultimi gli uomini politici. Forse si potrebbe fotocopiare.
Interessante la risposta di BEPPE SEVERGNINI alla e-mail di un lettore del Corriere della Sera sulla lunghissima adolescenza dei figli, che giustifica l’interminabile gioventù dei genitori.

GENITORI SEMPRE GIOVANI E FIGLI CHE NON CRESCONO
Ho ricevuto e pubblicato, nella rubrica in rete che porta questo nome (“Italians”), una lettera affascinante.
L’ha scritta Gianluigi M. e si apre così:
“Un bel sabato mattina di qualche settimana fa, passando davanti all’università Bocconi di Milano, si poteva notare un nutrito gruppo di genitori in attesa dell’uscita dei propri figli, intenti ad affrontare gli esami d’ammissione.
Dobbiamo dunque concludere che a diciott’anni uomini grandi e grossi, adulti e in età di voto, vanno ad affrontare il mondo “accompagnati dai genitori”, come si diceva una volta?”.
Colpiti, affondati: bravo Gialuigi.
Lei non ha descritto un episodio.
Lei ha riassunto, in poche righe, uno dei più strabilianti fenomeni italiani: la lunghissima adolescenza dei figli, che accompagna – e, in qualche modo, giustifica – l’interminabile gioventù dei genitori.
Lo vediamo ogni giorno.
Le città italiane sono piene di ultraquarantenni che si fanno chiamare “ragazzi”, e scimmiottano i ganzi-con-pizzetto della pubblicità Tv.
Le mamme sono più caute: ma troppe sembrano uscite da un telefilm.
E’ evidente che, per queste e quelli, la maturità dei figli rappresenta una silenziosa minaccia, perché è la prova del tempo che passa.
E il tempo non si può tingere, a differenza dei capelli.
Li ho visti, i coetanei che giocano a fare gli amici dei figli.
Se è un modo di passare un po’ di tempo con loro, va bene.
Ma spesso è un tentativo goffo di marcarli stretti, e specchiarsi nella loro gioventù.
Mettiamocelo in testa, cari coetanei: i nostri figli non hanno bisogno di nuovi amici (ne hanno in quantità).
Hanno bisogno di padri e madri.
E se non sono nuovi, meglio.
Ho avuto diciott’anni nel secolo scorso, è vero.
Ma vi assicuro che nel 1975 nessuno di noi avrebbe voluto i genitori all’uscita della maturità, o in attesa dopo un esame all’università.
E i genitori non si sarebbero mai sognati di apparire in occasioni del genere.
Non eravamo meglio; né avevamo genitori migliori.
Ma credevamo – noi e loro – che i ruoli andassero rispettati.
Altrimenti come si fa a diventar grandi, a questo mondo? Sia chiaro: non sto invocando “il metodo americano”, secondo cui i figli escono di casa a diciott’anni, per non tornarci più.
Credo che vivere in casa coi genitori possa essere una soluzione intelligente, in attesa di prendere decisioni (di lavoro, di famiglia).
Ma le decisioni vanno prese. Rimandare sempre non si può.
O meglio: si può, ma è sbagliato. E si comincia a sbagliare proprio intorno ai diciott’anni, come ha intuito il mio lettore.
Donne fatte e ragazzoni robusti vegliati da genitori apprensivi. Secondo voi, chi ha bisogno di chi? Se vogliamo creare una “generazione di burro”, avanti: questa è la strada giusta.
Lo dice un italiano quarantacinquenne, esponente della “generazione di latta”: l’ultima che ha avuto giocattoli che s’arruginavano e tagliavano (poi è arrivata la plastica). Una generazione che – come ho scritto in un libro – “ha ricevuto un’educazione di ferro da genitori con nervi d’acciaio”.
Discutibile, perfettibile.
Ma, almeno, era un’educazione.
Non una forma di estenuante baby-sitteraggio.
Considerate questo, ora che viene l’estate: molti di noi hanno potuto viaggiare all’estero, tra i diciotto e i vent’anni.
Treni, auto, motociclette, furgoncini: bastava partire. Nordeuropa, Grecia, Spagna, chi poteva America: era sufficiente avere una meta.
Quando ho attraversato per la prima volta gli Stati Uniti con cinque amici e un camper – estate ’77, venticinque anni fa – sono certo che i genitori, a casa, qualche apprensione ce l’avevano.
Ma hanno capito, e mi hanno lasciato andare.
E i rischi che ho corso in quel viaggio erano poca cosa, rispetto a quelli che corre oggi un ventenne il sabato notte, mentre batte le strade d’Italia, passando da una discoteca all’altra.
Questo dovrebbero impedire – se possono – i genitori del 2002. Dovrebbero battersi contro le tragedie evitabili; non contro l’inevitabile maturità dei figli, e la propria auspicabile mezza età.

Comments 18 Commenti »


Giovani sempre più sfiduciati, usati come banderuole per dipingere in chiave young certe manovre del governo ma completamente dimenticati dal sistema e completamente estranei alle regole di questo sistema. Cercano protezione, i giovani, ma non sono pronti ad assumersi il peso di decisioni importanti e vincolanti perché, affermano, «niente è per sempre». Il sesto rapporto dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia dipinge così le contraddizioni di vita del mondo giovanile: fugacità di un «oggi c’è e domani non c’è più» contro stabilità della protezione, solo sperata. Escono di casa sempre più tardi: quasi il 70% dei 25-29enni ed il 36% dei 30-34enni vive ancora con i genitori. Diventano grandi sempre più tardi, facendo segnare un vero record negativo per l’Italia rispetto all’Europa intera: finiscono gli studi più tardi, trovano lavoro con maggiori difficoltà, si sposano e fanno figli in età sempre più avanzata rispetto ai colleghi europei.
Ma cosa c’è che non va? Non va il sistema, in Italia. Ecco perché i nostri giovani sono sfiduciati. Si esce dalla scuola o dalle università «de-formati» culturalmente e senza alcuna abilità nel fare. Si tenta di entrare in un mercato del lavoro in cui spesso è impossibile giocare a proprio vantaggio il curriculum formativo che si ha alle spalle. Si tenta di far valere il merito, la creatività, il coraggio, ma è il sistema stesso che scoraggia il rischio. Niente mutui, niente prestiti, niente garanzie per chi non ha da darne. In Italia non conta la garanzia del saper fare. Conta la garanzia del sapere sborsare. Ed i giovani non hanno niente da sborsare e tutto da rischiare. E’ il sistema, dunque, che costringe i giovani a vivere alla giornata, sapendo che ciò che oggi c’è domani potrebbe non esserci più. Non hanno potere contrattuale nella società, questi giovani che si piegano alla fugacità. Cercano garanzie e spesso l’unica porta alla quale possono bussare è solo quella dei genitori.
Il paradosso dell’Italia si consuma proprio in casa, nel confronto padri-figli: figli precari che pagano la pensione dei papà e padri che, con la pensione, mantengono i figli trentenni costretti a vivere oggi non pensando al domani. Il padre non invecchia mai nel suo ruolo, mentre il figlio non cresce mai: la società italiana ha innescato una spirale che si sta inviluppando su se stessa. Anche Rita Cavaterra, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil, ha affermato negli scorsi giorni: «Se non si trova una soluzione previdenziale adeguata per il futuro dei giovani e per il presente degli anziani, avremo fallito la nostra sfida. Si sta manifestando, proprio in questi giorni di protesta, una vera e propria frattura generazionale fra giovani e anziani, le due facce di un problema drammatico che va risolto al più presto». Non c’è prospettiva, però, perché non è dato di averne. «Nessuno tocchi le pensioni», gridano alcune fronde più estreme dei sindacati e dei partiti al governo. «Aboliamo il precariato», continua l’area massimalista della sinistra che scende in piazza contro il suo stesso esecutivo.
Eppure questo governo non ha ancora elaborato alcuna proposta costruttiva per risolvere questo problema sociale ed ha pensato, invece, di dare una mano ai giovani precari tassandoli (incrementando le aliquote contributive per gli atipici di 5 punti percentuali) ed opponendogli il miraggio del posto fisso a vita – che il mercato stesso non riesce a garantire più – anziché sfruttando le opportunità della flessibilità così come prevedeva il completamento della legge Biagi. «No alla libera concorrenza tra università; l’istruzione deve essere pubblica e uguale per tutti». È uno degli slogan tipici di questa sinistra al governo, che non si accorge che con quel foglio di carta che l’istruzione italiana riesce a dare, uguale per tutti, nessuno riesce più a trovare il lavoro per il quale ha tanto studiato. «Lotta allo strapotere del sistema bancario», eppure questo governo il sistema bancario non lo ha ancora scosso, ma ha lasciato a secco il Fondo di garanzia che era stato istituito per permettere ai giovani lavoratori «con scadenza» di prendere prestiti o mutui per i propri progetti di vita e, cosa ancor più grave, ha vincolato i pagamenti di tutti i servizi al circuito bancario. Tasse sull’apprendistato, inoltre, così i giovani rischiano di invecchiare ancor prima di entrare nel mondo del lavoro.
Non c’è, nel fosco orizzonte di questo governo, alcun incentivo alla crescita; per questo i giovani non rischiano, non si impegnano in scelte troppo vincolanti – tra cui il matrimonio, l’acquisto di una casa, la nascita di un figlio. Sperano nel domani ma non riescono a costruirlo, questi giovani, perché l’assodato sistema delle garanzie è più forte e politicamente più garantito della nuova prospettiva meritocratica delle opportunità future. La classifica dei valori mette ai primi posti nelle priorità dei giovani i grandi temi quali la salute (92% degli intervistati), la famiglia (87%), la libertà (80%) ex aequo con la pace. Temono ed apprezzano ciò che non riescono a controllare, mentre non riescono a fidarsi più della dimensione lavorativa (che perde 7 punti di consenso in 20 anni), della propria carriera (-12% in meno di 8 anni), delle banche (-23 punti in 20 anni, oltre un 1% l’anno), della scuola. Non si fidano, cioè, di ciò che dovrebbe garantire loro il futuro.
Dunque, il sistema è infetto dai mali del presente e non ha prospettiva per il futuro. Ecco il messaggio del sesto rapporto IARD. Non suona per nessuno il campanello di allarme? Forse ancora no, visto che ai giovani questo governo risponde solo con la tessera gratis per la palestra. Vogliono giovani tali per sempre, dunque: trentenni in casa ma in perfetta forma fisica, senza famiglia ma con una grande salute. Il giovanilismo di questo governo non ci farà crescere e non farà crescere il nostro Paese.

Comments 13 Commenti »