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RICEVO E PUBBLICO INTEGRALMENTE
L.

La lezione che ho imparato subito dalla realtà lavorativa che mi sono trovata di fronte dal momento in cui mi sono laureata è che il lavoro non sarebbe venuto a cercarmi, per quanto fossi brava e qualificata.
Io sono cresciuta a S.Antioco, mi sono laureata a Cagliari a pieni voti, ho fatto un master prestigioso ?in continente? ed attualmente lavoro a Milano, città dove vivo da quasi tre anni. Conosco tanti ragazzi di S.Antioco che lavorano a Milano, altri che lavorano a Bologna, altri che si spostano dove li porta il lavoro, anche mio padre è dovuto emigrare per lavorare e gira tutta l? Italia, quando non finisce all?estero.
Quando torno per prendere una boccata d?aria di mare, sull?aereo Milano-Cagliari, appena il controllore di volo annuncia che stiamo per atterrare ad Elmas vedo sempre la stessa espressione sul viso dei sardi: sgranano gli occhi e sorridono.
Al ritorno la domenica, quegli stessi visi, compreso il mio, hanno l?espressione rassegnata di chi sa che l?unico mare che vedrà è un grigio mare di cemento e di gente che non sa cosa vuol dire essere sardi.
Si, perché noi sardi siamo diversi, non migliori o peggiori.
Solo diversi.
Chi prova a vivere fuori se ne accorge nel giro di una settimana.
Tutti i sardi che lavorano in continente sono apprezzatissimi, lavoratori indefessi, umili, rispettosi, grati. Perché diciamocelo, un sardo che prende la sofferta decisione di emigrare, lo fa per andare a lavorare sul serio, perché se devo fare il mandrone me ne sto spaparanzato in spiaggia piuttosto che immerso nello smog.
Quindi è naturale che quando ce ne andiamo vogliamo dimostrare di essere gente in gamba e spicchiamo per l?impegno che mettiamo nel lavoro.
Noi, sardi solitari e immobili, abbiamo avuto tempo per riflettere su noi stessi, per raggiungere una nuova consapevolezza, del fatto che la nostra diversità è un pregio, la nostra onestà, il nostro rispetto dell?altro, la nostra cortesia e disponibilità, la nostra intelligenza, che non dipende dal titolo di studio ma dalla posizione di ascolto che ci caratterizza, dal fatto che parliamo solo se abbiamo qualcosa di intelligente da dire. L?ironia tagliente, il sarcasmo, sono la nostra impronta.
PERÒ, il sardo non fa mai il passo più lungo della gamba (anche perché mediamente è corta), non rischia mai, e questo frena la sua capacità di cambiare la realtà, costringendolo all?immobilismo ed all?attendismo.
Così noi giovani con la nostra valigia di buona volontà e granelli di sabbia ce ne andiamo, lontano.
Ma perché dobbiamo regalare i nostri cervelli e le nostre braccia alle altre regioni?
Perché gli antiochensi, così brillanti, aperti e curiosi, non riescono a valorizzare un?isola piena di potenzialità che si sta trasformando in un noiosissimo paesino di anziani?
Ho scritto questo post seguendo il flusso dei miei pensieri raccontandovi cosa ho imparato di me e di NOI in questi anni da emigrata. Vi dico una cosa, io non ho perso le speranze di tornare a lavorare in Sardegna, di far crescere i miei figli in questa splendida isola, ma quando leggo il blog mi arrabbio vedendo che ci sono post con più di 50 commenti, dove ci si insulta e si parla del passato e post, come quello di Feynman, con una proposta concreta, con 11 commenti, compreso il mio. Uno dei pochi post dove si parla di fare è tristemente vuoto. Questo è un brutto sintomo, e rispecchia quel solito vecchio atteggiamento che mi ha fatto andare via: mi lamento della mia condizione ma non faccio nulla per cambiarla.
Io onestamente sono stufa di questo modo di fare, e qui non parlo di nessuno schieramento politico, parlo di tutti, compresa Sant?Antioco Nostra!.
Io vorrei tornare, potrei mollare tutto a Milano e ricominciare da capo solo se vedessi che si investe seriamente sull?idea di Feynman, per esempio.
Basta parole, pretendo impegno concreto, progetti.
Cara futura amministrazione, comincia con il fare il censimento degli antiochensi emigrati, che lavoro fanno, cosa potrebbero fare per S.Antioco. Vaglia idee imprenditoriali di sviluppo dell?isola, scrivi i business plan e cerca i finanziamenti.
Quello che sto cercando di dire è che rinfacciarsi il passato ed insultarsi è uno spreco di energie, voltiamo pagina sul serio, sfruttiamo il fatto di essere pochi come opportunità di dialogo, uniamo le forze. I giovani rischieranno ma i ?vecchi? devono sostenerli nel loro tentativo di salvare Sant?Antioco.
Credo che anche il signor Cocco ed il signor Garau (persone che io non conosco personalmente) abbiano comunque a cuore Sant?Antioco. Possiamo essere tutti protagonisti del cambiamento, consapevoli che sono stati fatti errori nel passato e che da questi dobbiamo imparare ed avere il coraggio di riparare e migliorare, facciamolo sul serio, per il futuro di TUTTA la comunità antiochense.

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Giovane è l?eccezione, vecchio è la regola.
Risulta tanto annosa la questione giovani che il ?Venerdì di Repubblica? ci dedica la prima pagina: un attentissimo stralcio sulla nostra condizione e, sembrerebbe molto interessante, sulle proposte avanzate dalla politica che vorrebbero sortire l?effetto di un ringiovanimento della nostra nazione.
Bandendo le facili considerazioni che, a torto o a ragione, porterebbero polemiche su chi ha avuto l?ardire di definire i giovani sfiduciati, riluttanti verso la classe dirigente (età media 65 anni!!!) e, questione gravissima, qualunquisti, ammetto che per come la vedo io (trentenne ma pur sempre giovane) la realtà che accomuna i giovani dal nord al sud non fa una grinza: sfiduciati-riluttanti-qualunquisti.
A nostra parziale discolpa sono teso a sostenere che la nostra condizione non è altro che il frutto delle politiche sbagliate che ci hanno sempre posto su un piano secondario, sempre volte alla conservazione del potere e non a caso, nelle Università, vige la gerontocrazia: in Italia oltre il 30% dei professori di ruolo supera i 65 anni, solo l?uno per cento dei membri formanti la classe dirigente è under 30, mentre il 4 per cento è under 40. La stessa percentuale vale per le imprese.
Basterebbero questi dati per avvalorare la tesi che ci vede sfiduciati.
C?è un dato estremamente allarmante che dovrebbe condurre alla riflessione e, stranamente, anche alla vergogna: L?Italia pare malata di ?pippobaudismo? – presenterà il festival di Sanremo anche quest?anno! – in tutti i settori vitali.
Infatti, nella nostra società le eminenze grigie comandano in tutti i comparti finché riescono ad emanare l?ultimo respiro: dall?impresa alla politica, dall?università alla cultura.
Il Parlamento italiano è uno dei più vecchi al mondo con un?età media di oltre 54 anni: gli under 44, che sono il 60 per cento della popolazione, occupano solo il 10 per cento del Parlamento!
L?Italia è un paese che si basa sul principio ereditario, su quello della raccomandazione e sulla possibilità per pochi anziché per tutti: il sistema di selezione è sempre lo stesso, il più ?forte? va avanti, pur con grandi difficoltà, il più ?debole? soccombe.
Ora, questo non è un principio di per sé sbagliato: è assolutamente normale che il più bravo e il più meritevole emerga a discapito di chi meno preparato e quindi ?debole?:il problema sorge quando ci si accorge che la possibilità di competere non è garantita a tutti, ma solo ad un?elite che è ?selezionata? attraverso il sistema ereditario. Quindi, prima devi essere figlio di chi già detiene il potere, poi puoi ambire alla selezione che sceglie i più ?forti?. Questa è la regola che impera nel sistema, ciò che avviene al di là di questa regola è una mera eccezione. Avrete capito quanto sia difficile entrare nelle stanze dei bottoni.
Come se non bastasse quei pochi giovani che lavorano pagano le pensioni dei padri!
Possiamo forse cullarci, disinteressarci della politica e permettere noi stessi di diventare qualunquisti?
No!
Abbiamo il sacrosanto dovere di ambire ad un altrettanto sacrosanto diritto: il lavoro.
Non possiamo aspettare che tale diritto ci piova dal cielo, dobbiamo aggregarci, emanciparci e reclamare a viva voce quanto ci spetta. Guai a noi considerarci delle semplici vittime del sistema: occorre legittimarsi affinché si possa diventare classe dirigente e serve una forte autocritica, il ricambio deve essere anche di idee e non solo di persone.
I giovani italiani che ?comandano? sono indietro rispetto ai giovani europei.
È vero: ci sono dei meccanismi strutturali contro i quali non bastano volontà e capacità individuali, però non dobbiamo attendere che tali meccanismi siano modificati se noi per primi non proviamo ad avanzare con coraggio e con un?infinita dose di buona volontà.
Prendiamo il contesto in cui viviamo, Sant?Antioco: avevamo un sindaco vecchio che garantiva e tutelava gli anziani.
Niente da dire al riguardo, d?altronde la terza età va tutelata e vanno valorizzate le iniziative che servono come aggregazione aiutando gli stessi a rendere più piacevole l?ultima fase di vita. Però nel nostro paese le associazioni dette di ?terza età? pullulano, quelle rivolte ai giovani, mancano.
Il Centro di Aggregazione Giovanile è stato chiuso, io le ragioni non le conosco e forse Luca potrà spiegarci meglio, sta di fatto che non esiste niente che aiuti i giovani ad aggregarsi, emanciparsi e ad uscire da questa condizione di sfiduciati e qualunquisti.
In tutta questa analisi emerge un fatto: per rinnovare, in questo paese, non è necessaria l?esperienza delle persone navigate che hanno amministrato una vita intera, ciò che conta sono le idee, l?onestà d?intenti e la volontà.
Tutte doti che non hanno età.
Finiamola con i vecchi della politica: voltiamo pagina.

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