Archivio Agosto 2011

BifolcoCletus«Cesss Cle oggi al Satchmo era pieno di f**a!».
Erano i primi di agosto, Cletus il gruttaio sedeva, mezzo brillo, sulle panchine di fronte al bar di Agnese.
In quella discoteca, calasettana ma colonizzata dagli antiochensi, popolata da mini fighetti e da malati di cementitio tremens in happy hour notturno il figlio del mare, ma solo perchè gli garantiva un popò di indennizzi, faceva la figura de su binu forti in un roseto, del parvenu.
In un panorama di abiti di buon taglio e cravatte distrattamente allentate come la moda impone, lui indossava una camicia rosa shocking aperta sul petto rasato e coperto di catene d’oro che manco il Mr.T dei tempi belli.
Sotto ad un gessato estivo a righe larghe.
Roba da film tipo The Goodfellas e non da borghesuccio-coatto sulcitano in fermo biologico.
Era in sosta a scrocco in un mondo non suo, mentre aspettava che il resto della sua gang di Volturi sotto cloroformio si decidesse di smettere di dar fondo alle ultime Ichnusa per andare in piazza Umberto per il capuccino dell’”alba”.
In mano aveva un pacco di depliant da portare in un gazebo tricolore di piazza di Chiesa, così diceva tutto tronfio mentre smaltiva i fumi dell’alcool.
Non si capiva bene cosa fossero quelle brochure, bofonchiava di un nuovo gruppo politico che voleva entrare in ballo per
combattere per la libertà e contro ogni mafia e corruttela. Che cazzo voleva dire, poi.
Ristorante, pizzeria, discoteca «e sempre tanta figa» sottolineava lui mentre allungava i depliant a sconosciuti.
Gli altri lo guardavano come si guarda un insetto strano, na sosoga che misteriosamente è comparsa sul muro del salotto buono di casa.
Ma serviva, oh se serviva, Cletus su scimpru.
Bastava parlargli guardandolo fissamente negli occhi, cianciare che eri un avvocato o un impresario edile o un prossimo candidato alle comunali e lui si beveva ogni cosa:
“Cletus, con l’ambiente non si mangia”
“Cletus chioschi e spettacoli, quello serve”
“Cletus là votami e non rompere i coglioni”
“Cletus, quelli sono troppo intellettuali e a te non ti danno un cazzo e poi Soru bastardo…”
“Cletus bisogna divertirsi, fai andare quelli a marrai su carignano”
“Cletus, il gasdotto mica rovina l’ambiente”.

Tutti parlavano con Cletus ma nessuno si spingeva a mettergli una mano sulle spalle.
Solo all’uscita della disco dove aveva dato spettacolo intonando svariate volte Waka-Waka con annesso sculettamento alla Shakira lo avevano abbracciato, ridacchiando, sussurrandogli un «Cle fai a bravu!», con lo stesso fare da finta beneficenza di chi dà un euro a uno che scolletta e poi aggiunge «mi raccomando, non berteli».
Cletus si era prestato a tutto quello sperando di cambiare la sua vita.
Si va avanti così – gli avevano detto – perfino i preti fanno politica a S.Antioco, e poi lui cercava da tempo di cambiare lavoro.
D’altronde i soldi per su ciu glieli li aveva ricevuti col Microcredito grazie ai buoni uffici di amici di amici, perchè come diceva il tipo del Patronato: “occhio-non-vede-cuore-non-duole”
Ogni tanto in qualche remoto luogo dell’anima, il zotico dava l’impressione di coltivare un dolore, simbolizzato dal ciondolo d’oro con l’icona “Sant’Antioco 652 volte grAzie” in bella vista sul collo che spesso stringeva tra le nocche della mano.
Prima dell’estate, era ancora un uomo che soffriva, e somatizzava il tormento interiore in un tremolio che dal calcagno destro gli saliva su tutto il fianco e lo costringeva a buttare le cartacce della pizza in terra.
Preferibilmente nel Lungomare o nel Corso con la scusa, pronta all’uso, che non c’erano cestini per i rifiuti.
Quella sera di settembre invece, sembrava soltanto la brutta imitazione di un tronista di Maria de Filippi. Nessun tremolio.
Un uomo abbronzato di tutto punto, belloccio nonostante tutto, che sguazzava in una bella vita di plastica.
Una volta scolorito il ricordo dell’ultima malefatta dell’ennesimo cattivo sindaco di S.Antioco, sarebbe saltato fuori un posto anche per lui, tra gli arrosti-pecore e friggi-zippole del giovedi notte estivo e gli stucchevoli karaoke con ballo latino-americano incorporato, tra i quod e le Alfette che sfrecciavano tra via Matteotti e is Pruinis il sabato sera.
Prima si sarebbe introdotto nella pulizia spiagge e nei parcheggi a pagamento, poi nei vari cantieri di sampietrini, poi nella raccolta differenziata e in seguito sarebbe stato colui che avrebbe dato la spallata definitiva al Ponte Romano, che simboleggiava – nelle parole dell’avvocato suo amico tal Mocci – lo stantio modo di stare ancorati a un passato che non esiste più.
Dopo aver scolato un analcolico alla creatina tipo Red Bull ipervitaminizzato e aver provato a chiamare l’avvocato suo amico, che aveva il cellulare spento, Cletus disse ai suoi piu’ fidati amici buzzurri che il suo sogno era di prender casa a Maladroxia mettere su una piccola impresa di movimento terra e servizi turistici e disse ancora che il passato, fatto di tante notti passate a tirare a strascico, era “da scancellare”, comprese le sue manchevolezze morali ancora di la a venire.
Ricordava con rabbia che gli gonfiava le vene del collo quelle tristi mattine a scuola: “…professore ho dimenticato il quaderno, anzi no, mia sorellina me lo ha pasticciato e non l’ho più trovato!”.
Ma ora il professore girava ancora con la sua Fiat Punto grigia vecchio modello e il suo eskimo liso e bisunto e lui poteva dargli del mentecatto dall’alto del suo Cayenne turbo diesel, alettoni Fast&Furious 9×2.
Cletus era pronto per far suo quello che la vita – e i nuovi amici – gli avrebbero concesso.
Bastava girarsi dall’altra parte.
Mostrare, come facevano da sempre i suo concittadini, memoria corta. E fare da par loro quello che i suoi “nuovi amici” non facevano.
Fece per loro dunque, quel grande passo che gli avrebbe permesso di sovrastarli, di farli morire d’invidia, bastava solo ammorbidirsi alla chiacchiera fancazzista di qualcuno.
“Pecunia non olet” aveva detto un giorno, in inglese gli era parso, qualcuno dei suoi nuovi e istruiti amici.
Coi soldi si fa tutto, si sta bene, c’è benessere e ottima qualità di vita.
Anzi no, quella non serve altrimenti i gruttai come e più di lui, si sarebbero accorti dell’inghippo.
Che solo uno mangia in quel cesso di paradiso e quell’uno voleva essere lui.
Come in una copia sbiadita del Nord-Est d’Italia pre-crisi dovevano bastare (secondo la filosofia spiccia del gruttaio affrancato doc) i soldi per il giro in barca, non doveva mai scarseggiare la “roba” buona per il “giro” buono, le capronate che solo lui e i suoi amici potevano raccontare e le thailandesi d’alto bordo.
Ma anche le slave ormai avevano preso piede a Santiago, così diceva.
La vita, sentenziava Cletus, è una ed è costruita su fondamenta fatte di cose materiali, allo spirito si penserà dopo morti: ma se effettivamente esisterà un nuovo Padrone che ti leggerà la vita, si farà professione di fedeltà pure al nuovo Capo. Era sempre stato bravo in quello.
Cletus comunque ora era vivo e sapeva come ci si doveva comportare e da che parte stare.
C’era sempre una parte forte dalla quale trarre benefici, ciò compensava le sue lacune morali e intellettive, lo mandava avanti, lo faceva primeggiare perché il mercato lo pretendeva.
Che ridere, pensava ricordando, quando un giorno di tanti anni prima, tra gli applausi degli amici mostrò il muscolo, mentre intralciava il traffico che intimorito da tanta protervia non osava contraddirlo, mentre col suo ruspone incominciava ad arare il campo prospiciente Coaquaddus. C’era un centro termale da costruire e lui doveva essere in prima fila a quello spettacolo.
Intorno molte persone con la pelle d’oca, quasi in lacrime, come se avessero avuto violato qualcosa di prezioso, qualcosa che insisteva nel profondo da tempo immemore.
“La gente vuole cose nuove” : l’avvocato lo diceva sempre e lui aveva eseguito come sempre.
Li era avvenuta la sua trasformazione definitiva lasciando il mondo dei cantieri comunali per nuove imprese mirabolanti.
Finalmente decideva le sorti del mondo.
“A quello gli mando la finanza e i barracelli, a quello gli faccio passare gli autotreni di fronte casa, a quello gli blocco il metano una volta costruito il gasdotto, a quello gli faccio rigare la macchina e a quell’altro gli faccio pagare una tassa per l’alliga impossibile”.
Forse è vero quello che dice oggi Cletus dagli arresti domiciliari, che lui forse – sottolineava sempre il forse – non aveva mai avuto bisogno di quel circo massimo da gruttai.
Ma non aveva potuto opporsi. Era un imprinting al quale era impossibile resistere.
Il Cletus che ora non era più indispensabile rimaneva pur sempre il capo dei pescatori di frodo della Secca di Pomata che erano rimasti l’unico punto fisso della sua vita (lo testimoniava su pani cun tamatiga sul tavolo) nonostante le “amicizie” sventolate neanche troppo tempo fa ai quattro angoli dell’antica Solki altrimenti chiamata Sant’Antioco.
La cosa peggiore è che Cletus il bifolco aveva sempre saputo tutto.
E aveva accettato tutto quelle pene senza dolersi dell’ipocrisia demagogica dell’uomo-forte del momento, convinto che quella merda era pur sempre meglio dell’indifferenza o del nulla.

uomonero

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kasbahNo, io no, non chiamerei mai quella di Sant’Antioco una Giunta di intrallazzoni, mafiosi, corrotti e chi più ne ha piu’ ne metta. Quello lo lascio al lessico mononeuronale di un Guglielmini qualsiasi. O a chi vuol caratterizzare – pure quella è una scelta più o meno legittima – la propria proposta politica in senso legalitario-giustizialista magari forzando un pò la grammatica.
Un pò di noblesse oblige in tempi di nervosismo e notevoli problemi interpersonali credo sia d’uopo e aiuti a ragionare meglio. Oltre a mostrare un carico di responsabilità che permetterebbe ai più di non essere confusi con il resto della banda. Decidete voi di quale banda si sta parlando.
La verita’ è che il bailamme del giovedi notte, l’orrido puzzo di fritto-arrosto, il teutonico aroma di birra mixato al mediterraneo sentore di cannonau, il confuso via-vai di gente che brama di spendere dai 7 ai 10 euri per un piatto di sano colesterolo antiochense, l’etnico sferragliare di friggitrici, bracieri, griglie, ferri per l’arrosto altro non sia (o almeno a me pare che ne abbia una parvenza) che un riuscito mix cultural-gastronomico tendente ad avvicinare Sant’Antioco alle più rinomate localita’ turistiche del Mediterraneo tipo Bengasi o Rabat post bombardamento della Nato.
Condivisibile o meno è una scelta che un’amministrazione comunale può fare per rilanciare l’asfittico panorama economico isolano e se chi ci amministra vuol trasformare il Corso, lo stesso che un pò di giorni prima ha visto la sfilata del Santo Patrono, in un fumoso e maleodorante bazar maghrebino ecco, c’è poco che vi lamentiate, quelli sono liberissimi di farlo.
Certo, mi dicono che il tutto sia finanziato da 10000 euri presi dalla cassa comune.
Certo, a occhio e croce parrebbe che nessuna norma igienico-sanitaria sia rispettata.
Certo, mi suggeriscono che non viene rilasciato nessun scontrino fiscale e che tutto l’incasso vada perso nel mitico Triangolo Commerciale delle Bermude.
Certo, immagino anche l’incazzatura degli altri commercianti-venditori-artigiani-operatori economici di Sant’Antioco che rilasciano il mitico tagliandino fiscale nonostante possano contare sulla comprensione di Cirino Pomicino.
Ma non si può certo avere tutto dalla vita e in un periodo dove si chiede la tassa di solidarietà a quei poveracci che guadagnano solo 90000 euro all’anno ognuno si arrabbatta come crede.
Mmmmmmmm…non vedo l’ora di partecipare all’arrostita di Corongiu Murvonis organizzata dalla rediviva Pro-loco.

uomonero

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scontri-in-Val-di-SusaL’altro giorno pranzavo a casa di una mia amica e stavamo guardando SkyTg24 nel momento in cui andava in onda un servizio sugli scontri in Val di Susa e si parlava dei temibili quanto difficilmente catalogabili “Black Bloc” che, a sentir i giornalisti delle televisioni, pare proprio siano la cagione di tutto il male che imperversa nel nostro fottuto mondo.
A sentire i nostri sarebbero una specie di organismo geneticamente modificato il cui risultato è un incrocio malsano tra Brunetta e L’Enigmista. Con i marchingegni di quest’ultimo sostituiti da molotov fumanti.
Dopo cinque-minuti-cinque di subdolo terrorismo psicologico la mia amica si fa scappare che certa gente dovrebbe essere condannata a morte.
Io le faccio notare gentilmente che, nonostante i loro metodi siano assolutamente deprecabili, stavano protestando per una giusta causa e che magari anche a Sant’Antioco potrebbe capitare qualcosa del genere se qualcuno lassù forzasse de imperio nell’installare un radar o inventarsi un centro termale a Coaquaddus. Ipotesi non certo campata per aria visti i prodromi.
E poi faccio io, in Italia ci sono criminali che fanno guai ben peggiori.
Lei incuriosita fa: “Chi ad esempio?”
“Boh, i primi che mi vengono in mente sono Berlusconi, l”assassino di Yara e gli evasori fiscali.
Al che lei mi fa: “Ca**o, ma davvero?”.
E via una sequela di “Fan*ulo, hai ragione! Fan*ulo, hai ragione!” detti con gli occhi che brillavano perché finalmente eravamo tornati a discutere di un argomento molto più semplice dove, come in un film di Sergio Leone, i buoni e i cattivi erano ben distinti, facili da condannare e da appendere per i pollici.
Così quando fatti come quelli di Val di Susa saranno all’ordine del giorno e vi assicuro che non mancherà molto, ci saranno un sacco di buoni e di cattivi là fuori ma i buoni non sapranno mai cosa spinge i cattivi a comportarsi così.
E vivranno beati in un mondo fatto a loro immagine e somiglianza.

uomonero

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gallineA leggere le news di questi giorni, al lordo di personalissime interpretazioni, Sant’Antioco pare un paese sull’orlo di una crisi di nervi.
Leggo che il sacerdote della Basilica di Sant’Antioco Martire fa il diavolo a quattro per impedire all’associazione culturale “Su Forti Sant’Antioco” di sfilare alla Processione del Santo Patrono. Quasi servisse l’invito esclusivo, dimentico della lezione di don Ciampelli e manco fossimo all’inaugurazione del Billionaire.
Esulto alla notizia che l’istallazione del radar a Capo Sperone è stata bloccata per tre mesi grazie alla strenua battaglia di uno sparuto manipolo di eroi dal civismo impagabile e nonostante il menefreghismo di gran parte della popolazione antiochense.
Apprendo poi di commercianti che forse, hanno troppo – quelli del Corso o almeno pochi di loro – e altri – quelli di Piazza De Gasperi – che si lamentano perchè sono stati “intrappolati” fisicamente dalle transenne e cronologicamente dagli orari di posa delle stesse.
Leggo di problemi e accuse tra imprese e associazioni che vogliono i chioschi e le stazioni balneari in riva al mare senza leggersi una riga della legislazione vigente in tema di gestione dei litorali.
Continua poi la battaglia tra chi avversa e tra chi anelerebbe al centro Termale di Coaquaddus: con la chicca, fresca, fresca, dell’assessore all’ambiente Massimo Melis che dichiara urbi et orbi che i vincoli e le leggi ambientali non sono certo un problema se si vuole veramente realizzare l’investimento (sic!).
Vedo i partiti cittadini, ma non tutti grazie a Dio o chi per lui, che abdicano dal compito assegnatogli costituzionalmente – cioè, quello di cercare, tentare, provare a declinare in meglio la vita democratica del paese – e se ne fregano allegramente di quelle prerogative stando muti di fronte a tutti questi avvenimenti.
I convitati di pietra dell’ultimo consiglio spiegano meglio di tante parole.
Tutti questi accadimenti sono un caso?
Delle circostanze sfortunate?
Semplici fatalità?
Più probabilmente sintomi di una malattia che sta per manifestarsi.

uomonero

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la-guerra-degli-dei-il-signore-degli-anelliFacciamo un pò di ordine, nella neanche troppo intricata storia della querela comminata agli amici Mondino Schiavone ed Emiliano Deiana – in rigoroso ordine di sventura – per capire in che modo si possa approcciare la questione e attuare delle originali, quanto efficaci, contromisure.
Cercherò di spiegare la cronologia e la “polpa” degli eventi utilizzando un linguaggio fantasy sperando che Tolkien, da Valinor, non se l’abbia a male e neanche i protagonisti della storia, sì da mandarmi a casa un manipolo di uruk-hai o, peggio, la Digos.
Tanto sarà inutile perchè neghero’ tutto dando la colpa a una malìa di Saruman.
I Nazgûl detti anche Cavalieri Scudo-Crociati sono nove spettri malvagi sottomessi a Sauron.
Il loro nome significa “quelli-che-hanno-la-querela-facile-perchè-soggiogati-dal-potere-dell’Anello” e, in origine, erano nove re dei mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua’ a cui Sauron donò i nove Anelli del Potere impregnati della sua volontà, facendoli così cadere uno ad uno sotto il potere dell’Unico Anello.
I Nazgûl, attenti ora, non fanno più parte del mondo sensibile, sospesi tra questo mondo, il Consiglio Regionale e una zona non meglio specificata della Terra di Mezzo vicino a Nuoro: sono infatti visibili solo quando indossano dei vestiti che però pare ricoprano il vuoto. L’Unico Anello ha infatti il potere di trasmettere la malvagità di Sauron alle altre creature e trasformarle corrompendo la loro natura: per aver posseduto anelli e agnelli legati all’Unico i nove sovrani degli mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua’ divennero Spettri dell’Anello e schiavi della volontà di Sauron.
In sostanza Giuseppe Luigi Cucca è sotto l’influsso dell’Anello.
Chi riuscirà a sfilarglielo per poi distruggerlo nelle ceneri ardenti del Monte Fato – nei pressi di via Emilia – spezzerà l’incantesimo così da permettere a Schiavone e Deiana di continuare a fare quello che facevano prima: il primo a leggere la vita di chiunque dalla pagine virtuali (ma non troppo) di Rosarossa e il secondo a sfracellarci i maroni con citazioni del maestro Capossela.
Chi volesse contribuire all’happy-end di questa storia puo’ iscriversi e animare questa pagina, sottoscrivere l’articolo incriminato su Rosarossa, chiedere di essere querelato con Emiliano e Mondino qui o qui.

uomonero

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