Archivio Novembre 2009

Ultimamente l’affare influenza A e smentite annesse ha lasciato un po’ il campo alla magistratura che sovverte il voto popolare ma era prevedibile visto che non essendoci ancora il picco di diffusione delle due influenze (come dice Topo Gigio) lo spazio per minimizzare venisse lasciato alle questioni del Cavaliere.
La tiritera più frequente nei mesi precedenti era quella del correre a smentire, puntualizzare, correggere di un Ferruccio Fazio che qua e là tamponava le falle e urlava al giornalismo becero che cercava col lanternino i casi di morte per influenza A creando allarmismo.
Un dato di fatto è che l’allarmismo è sbagliato ma è sacrosanto affermare con forza che la chiarezza va a dissipare l’ignoranza e la paura. Come la scienza fa con la stregoneria.
(vi piacerebbe che avessi scritto "fa" con l’accento per cambiare argomento e dibattere sull’ortografia, vero?).
Purtroppo il fenomeno influenza N1H1 è poco conosciuto, perché  è malattia scappata dal Messico, (ricordate tutti quelli che hanno annullato o perso il viaggio o quelli che tornavano e venivano guardati come degli appestati?). Influenza vecchia come il cucco, ma non certo manipolata in laboratorio da qualche parte nel deserto dell’Arizona o della California come qualche genio del Ministero della Sanità vuol farci credere.

Così a scanso di equivoci se uno vota PDL va al supermercato e aggredisce il proprio vicino di carrello solo perché si impaurisce alla pandemia e per rassicurarlo ripete a pappardella il disco rotto di Ferruccio Fazio, mentre chi ha la fobia dell’influenza e del contagio vede virus anche al posto della scimmietta dei Kellogs Choco Pops.
Non sfugge però ai meno distratti il fatto che si è distrutta la dignità di chi è morto per l’influenza A, quando urbi et orbi da tutti i TG’s il dottorino saccente chiude il caso con la frase: "Era già malato di altre patologie".
Non vorreste credere che se capitasse a voi, cercherebbero col lanternino una qualsiasi patologia, magari cardiaca, piuttosto che ammettere che non tutti i dati sono certi su questa influenza?

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Una vita low-cost come quella sta vivendo la mia generazione non è poi alla fin fine una brutta vita da vivere anche perché, grazie a dio, la culla ideologica nella quale siamo cresciuti non è fatta di passaggi obbligati come quella dei nostri genitori.
Così il nostro latte materno lungi dall’essere il comunismo, il liberismo o il raggiungimento dell’età pensionabile è divenuto la tecnologia.
Noi viviamo "on-line", comunichiamo "you&me", con cellulari da sogno, spariamo foto e video sulla banda larga, tagghiamo su internet i nostri pensieri e quelli di milioni di altri individui.
Tutto con due mani: una per il cellulare e l’altra per il mouse pad. Sarà pure la nostra debolezza intrinseca ma veicoliamo contenuti e facciamo riflettere (annoiare?) gli esseri umani semplicemente stando seduti nel salotto buono di casa. E memori del culo della Serracchiani ci evitiamo così di fare quella lunghissima gavetta che un tempo si faceva in noiosissime riunioni di sezioni soprattutto PCI. Anche e sopratutto perché quando si usciva dal circolo inevitabilmente si aveva il desiderio irrefrenabile di iniziare a fumare.
Così quando saremo anzianotti, io e i miei amici più fidati saremo tutti al potere grazie al web e alla chat di Facebook: e allora vi assicuro che vi divertirete assai.
Impugneremo come un bazooka teorico la prima decade del Duemila – Berlusconi e le sue escort come Cappellacci e le sue promesse farlocche al Sulcis-Iglesiente, Cabras che fa a braccio di ferro con Soru, la terza o quarta Repubblica, i trans di Marrazzo, il PD in-con-su-per-tra-fra il Lingotto, l’ennesimo articolo fiume di Travaglio o quello che volete a vostra scelta – e ne faremo la nostra esclusivissima ideologia poiché la natura ha orrore del vuoto. Soprattutto di idee.
E la daremo da bere a tutti, scriveremo libri su libri, anche se li leggeremo solo noi, e andremo in trasmissioni su trasmissioni, anche se le guarderanno solo i nostri parenti. E in queste trasmissioni condotte da giornalisti con la faccia ottusa ma felice di Andrea Sechi post vittoria di Cappellacci sfileranno gli ex affetti da sindrome di "sorismo" e le vedove dei caduti alla battaglia di Tramatza, i nipoti di Francesca Barracciu, i cugini di Marco Meloni e le prozie di Giacomo Spissu.
Ci sarà ovviamente la chiamata in studio di Silvio Berlusconi e ci saranno dibattiti pazzeschi del genere: "Dopo aver chiuso i poli industriali di Portovesme, Porto Torres e Ottana  quale futuro per la Sardegna?", rotture di zebedei, tipo: "Le primarie per il candidato PD alla provincia di Nuoro sono una risorsa inamissibile o una faida auspicabile?" o "Il nuraghe di Santa Cristina è stato costruito dai Maya?".
Ma soprattutto ci saranno sciami inverecondi di pubblicisti e editorialisti e commentatori sportivi e venditori ambulanti di paccottiglia politica che invocheranno la necessità di superare le contrapposizioni dentro il Partito Democratico Sardo: e lo diranno anche se clamorosamente fuori tempo massimo, e non gliene fregherà più niente a nessuno.
Entreremo nella testa di tutti, agiteremo come armi gli unici nostri due neuroni, ci faremo i cavolacci vostri, occuperemo i residui spazi di informazione libera rimasti, sarà un modo come un altro per portare al potere la meglio gioventù tecnologica. Avremo pure la nostra personalissima versione di Renato Soru e sarà perfetto come l’Angelo Vendicatore perché ascolterà i consigli di tutti.
E forse allora, ma solo allora, in questo mondo al rovescio si potrà tornare seriamente a parlare di cose da realizzare e non di quale squadra tifare.

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Non sono certo un profeta di sventura come quelli che il nostro amato Premier tanto disprezza. Ma non sono neppure sciocco come chi si beve le parole dell’altrettanto amato Ministro dello Sviluppo Economico.

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Il circolo PD vuole il gruppo in consiglio a Sant’Antioco, anche a costo di mettere a rischio la stabilità della giunta. Il circolo ha diffuso un comunicato stampa che invita i componenti del partito presenti in consiglio comunale a costituire un gruppo consigliare. "Ora il circolo cittadino" scrive la segreteria del partito "ha raggiunto la piena operatività dopo una lunga fase costitutiva, ed è impegnato nel rafforzare il contatto con i propri elettori e a riattivare il dialogo e il dibattito utili e necessari alla formulazione di una univoca linea politico-amministrativa per il nostro paese. E’ auspicabile che tutti gli iscritti al circolo ed a maggior ragione gli iscritti eletti nel consiglio comunale, partecipino attivamente alla vita del Circolo al fine di contribuire, forti delle conoscenze ed esperienze maturate".

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Converrete con me che l’attuale giunta comunale di S. Antioco è paragonabile a Berlusconi: sta andando a escort.
Volete un esempio? Eccolo.
Dovreste certo sapere, se avete fatto le scuole medie o se come me siete in procinto di terminarle, che fare l’"Assessore ai Lavori Pubblici, Patrimonio, Ambiente e edilizia patrimoniale" non significa, che ne sò, vendere terreni in località Mercuri per far fruttare il proprio, di patrimonio o che costruirsi un futuro non vuol dire, che ne sò, fabbricarci sopra quei terreni un residence in maniera abusiva. O quantomeno è quello che il Gip del Tribunale di Cagliari ha letto a 16 persone coinvolte nei fatti come si evince dal rapporto fatto dalle Guardie della Forestale di S. Antioco ed Iglesias.
Brutta storia questa dell’abusivismo edilizio, iniziata peraltro nel 1999. Da Luglio di quest’anno invece, pare non si parli d’altro a Sant’Antioco.

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Chi all’università ha studiato un po’ di sociologia sa che il fenomeno della "finestra rotta" (più propriamente "broken window") descrive un comportamento sociale normale nelle periferie più degradate. Se viene spaccata la finestra di un edificio fatiscente è assai probabile che ne verrà spaccata un’altra. Se le finestre rotte sono due le probabilità che se ne aggiunga una terza aumentano esponenzialmente. Se la finestra viene riparata, il processo di solito si ferma.
È a questo fenomeno che corre la mia mente quando rifletto sulla situazione industriale del Sulcis-Iglesiente. I sintomi ci sono tutti: zona economicamente depressa, rottura della prima finestra (
Otefails ex-Ila), rottura della seconda Finestra (Eurallumina), esercitazione alla rottura di una terza, quarta e quinta finestra (Portovesme srl, Rockwool e Alcoa). Il Sulcis Iglesiente è divenuto il posto delle finestre rotte come neanche la banlieu di Marsiglia.
Per chi come me ha sperimentato da adolescente le finestre rotte nel cortile di casa – tutti voi conoscerete la tormentata storia della
Sardamag di Sant’Antioco - può cadere nella tentazione di credere che il mondo nel quale si sta vivendo normalmente sia davvero così. Essere certo che il precariato, la fallacità del sistema produttivo e di qualsivoglia teorizzazione liberale, i giochi sulla pelle degli operai delle grandi multinazionali, le manovre sotterranee della politica fossero la condizione naturale, anzi l’unico modo di vivere dalle mie parti. Credere che parole gravide di conseguenze come ammortizzatori sociali, cassa integrazione, mobilità fossero, per chi in quella fabbrica ci lavorava, l’ordine naturale delle cose, l’essenza stessa della vita. E non un’ipoteca sul futuro.
Quando nella prima metà degli anni ’90 di colpo le fanfare tacquero, i rumori delle caldaie si spensero e subentrò un silenzio assordante, rimasi esitante, senza sapere come interpretare la cosa.
Si apriva un mondo pieno di opportunità ci disse chi la sapeva lunga.
Chi vive dalle mie parti sa com’è andata.
E il processo non si è arrestato sino ai giorni nostri perché un fenomeno identico, amplificato all’ennesima potenza, sta accadendo nel Polo Industriale di Portovesme. Ma con una strumentalizzazione politica senza precedenti. Telefonate a Putin e ancora telefonate provenienti da un centro-destra senza scrupoli e indifferente che impongono di togliere un innocuo manifesto dei lavoratori dell’Alcoa allo stadio durante la partita del Cagliari. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Questo è l’orizzonte.
L’unica prospettiva.
Una (de)forma mentis che umilia un popolo e affama una terra.
La vera tragedia, per come la vedo io, non è che si chiudano le fabbriche.
Non sono ingenuo e so che ogni ciclo produttivo ha un inizio e una fine.
La vera tragedia è che le si chiudano senza ragionare sulle conseguenze del degrado sociale e materiale dunque economico che creerebbero, nel Sulcis, quelle chiusure.
Il de profundis di un intero territorio.
Così in questo tristissimo Paese, che è diventata l’Italia, dove tutti diciamo di saper mettere in campo una nazionale di calcio migliore di quella in corso, di saper curare una raffredore meglio di qualunque medico, di sapere qualcosa che gli altri ignorano, tutti affermiamo di sapere chi c’è dietro a quell’altro non ho sentito dire da nessuno che cosa ci voglia per ridare una speranza al mio, nostro, vostro martoriato Sulcis-Iglesiente.
 

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Come si evince dalla foto il Centro Commerciale Naturale di Sant’Antioco feat l’Assessore all’Ambiente Pessimo Melis. Uno che riuscirebbe a citare Silvio Berlusconi anche aprendo (per sbaglio) un libro sul nichilismo di Nietzsche. Tralascio eventuali mie noiose dissertazioni sul significato del termine ambiente – che nel manifesto fa il paio con la differenziata e non putacaso sui disastri de Is Pruinis, S’Arriaxiu e Maladroxia o sulla futura catastrofe ecologica all’ex Palmas Cave, così giusto per suggerire un paio di domande da fare per interrompere l’idillio -  e posto due riflessioni-provocazioni sulla questione degli amici PSB e Tiziano Sgherro.

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Molti mi chiedono perché insisto nel proporre e parlare continuamente di Sant’Antioco martire.
Risposta: perché ne studio la figura storica, non sono certo bigotto, ma rispettoso e in ogni caso devoto ad una figura così importante per la nostra isola.
Per spiegarmi meglio anticipo uno stralcio del saggio che verrà pubblicato nella rivista Annali 2009, nella quale presento, un antico quadro che rappresenta La Viergen Santissima de Caller de Bonaire en el coto de la Mercede y el Santo Antioco sulcitano patron de la Serdegne: “Il poter pubblicare questo importante quadro mi entusiasma particolarmente in quanto mi permette di condividere dei temi a me molto cari: la figura di Sant’Antioco Martire quale Patrono della Sardegna nonché la rara iconografia che lo vede al fianco di Nostra Signora di Bonaria.L’azzardata asserzione fa spesso storcere il naso a coloro che si reputano detentori del sapere e quindi nelle condizioni di poter favorire un Santo a favore di un’altro. Noi, isolani nell’isola, siamo abituati a subire questo isolamento culturale ma i tempi sono maturi per riscoprire e rivalorizzare ciò di cui siamo detentori. Le antiche e curiose diatribe che legano il nome di Sant’Antioco ad Iglesias, notoriamente in lotta per accaparrarsi la titolarità del Santo Patrono oggi fanno sorridere così come suscita un senso di ilarità l’uso ancora comune di appellativi quali “ Fura Santus” (ruba Santi). Eppure, nonostante siano trascorsi quattro secoli, sembra che il tempo si sia fermato. Un’intera comunità rivendica un sacro diritto – la ricontestualizzazione dell’epigrafe del Vescovo Pietro- mentre c’è chi temporeggia con elegante indifferenza affinchè il documento storico non torni dove la storia lo mise (1). Nei secoli scorsi il Santo Sulcitano era così popolare da meritarsi sontuose donazioni (mal distribuite) che pervenivano da tutto il Regno (2). Il Santo Patrono veniva invocato con fede, rispetto e riverenza quale santo taumaturgo, glorioso e miracoloso (3). Tanta è la divozione di questi popoli verso il glorioso martire s.Antioco, che non vi è città, né villaggio in questo regno,in cui non vi sia o chiesa,o altare, o statua,o immagine innalzata a onor di questo Santo, o a lui consacrata, facendosi nella Sardegna varie feste, ed in vari giorni, e tempi a suo onore, particolarmente nella città di Cagliari, ed Iglesias, nelle quali la divozion verso s.Antioco è più universale, e fervente. E’ vero che si è scemato il concorso alla festa del Santo nella sua isola, non contandosi ora ordinariamente più di sei, o ottomila persone, ma non si è scemata perciò la divozione, dovendosi ciò attribuire alla celebrazioni di tante feste del medesimo Santo, che da poco tempo sono state introdotte in varii luoghi, come abbian detto, particolarmente a quella che si fa in Cagliari,nella chiesa dei PP. Della Mercede, detta di Bonaria, a quella che si fa nel villaggio di Pirri, mezza lega distante da Cagliari.(4) Onori che purtroppo oggi gli sono tributati solo nell’isola omonima e in alcune aree della Sardegna e con grandi difficoltà organizzative da parte dei comuni che sovvenzionano quella che risulta essere invece la più antica sagra della Sardegna (544^). A quanto pare di diversa opinione sono gli Enti preposti ai finanziamenti delle Sagre che l’hanno declassata ponendola in una tabella denominata “E” manifestazioni turistiche a sostegno del turismo congressuale, sportivo, culturale, religioso,scolastico. In verità la beffa più grande non è tanto il fatto di non essere collocati nella tabella “A”: Sagre e feste storiche di valenza regionale consolidata e di particolare rilievo storico-culturale ossia: S.Efisio, Cagliari; Cavalcata Sarda, Sassari; Candelieri, Sassari; Redentore, Nuoro; Sartiglia, Oristano;Ardia, Sedilo;S. Simplicio, Olbia; Settimana Santa, Iglesias; S. Francesco di Lula, Lula-Nuoro; Corsa degli Scalzi, Cabras; ed in ultimo con giusta delibera nr. 44/5 del 29.9.2009 della Regione Autonoma della Sardegna, anche l’Antico sposalizio selargino, organizzato dalla Pro Loco di Selargius rientra nella top 11 dei privilegiati. Ad onor del vero con tutto il rispetto per l’antico matrimonio selargino che quest’anno, niente poco di meno, è arrivato alla 49^ edizione, la più antica Sagra della Sardegna può continuare ad essere preceduta e non di poco dalla famosissima e storicamente rilevante “ Sagra della Lumaca” di Ittiri? Povero Sant’Antioco, che irriverenza! Eppure il Suo culto non solo è antichissimo come dimostrano, fra gli altri, i ritrovamenti archeologici ed epigrafici all’interno della basilica a lui dedicata, ma la sua diffusione è documentata, in modo capillare, nell’intero territorio sardo. Non a caso, nel corso dei secoli, le attestazioni che lo salutano come patrono dell’isola sono redatte nelle diverse lingue usate dai dominatori e dai locali: dal latino (“Patronus totius Regni Sardinae”) al castigliano (“Patron de la Isla de Sardegna”), dal sardo logudorese (“Patronu de sa Isola de Sardigna”) all’italiano (“Protettore insigne della Chiesa sarda”), a dimostrazione della continuità cronologica e territoriale del suo culto. (5)".
 
Detto ciò è giusto che la Sagra più antica della Sardegna stia in fascia E ( gite scolastiche)?
E’ giusto che nessuno dia risposte a chi ne rivendica la giusta collocazione?
Questo è quanto meritiamo per essere detentori del Culto del Patrono della Sardegna?

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De s’istória furara a s’istória coment’e protagonistas

Organizat: Àndara de Sant’Antiogu.

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Ho molto sonno in questi giorni. Sarà il cambio d’orario, sarà che sto lavorando troppo, sarà che Rutelli finalmente se n’è ghiuto, sarà che Sant’Antioco più che la capitale della movida sulcitana pare un villaggio della suburbia messicana ma sembro affetto da tripanosomiasi.
Se per vedere un po’ di fila "per qualcosa" e di gente nel Corso occorre organizzare le primarie per l’elezione del segretario del PD stiamo freschi. O credevate, poveri cari, che fosse merito di Cantinando?
Mi risveglio un attimo dal mio torpore fraudolento solo quando su internet leggo la notizia che il "celebre zampillo che c’era una volta in Piazza Italia" è stato intercettato dietro il Municipio, vicino ai nuovi uffici demografici. Così apprendo dalla razza internauta e quindi pare fonte sicura.
Poiché vedere piazza Italia oggi mi provoca quasi gli stessi sentimenti che ho provato nel vedere la "mia" spiaggia d’infanzia Is Pruinis ridotta com’è ridotta oggi – pessimismo e fastidio assieme a una mezza tonnellata di indignazione – mi pare che la notizia meriti due righe.
Io non se qualcuno ci sia o ci faccia.
E se si trovi piacere nel giocare con gli affetti dei cittadini di Sant’Antioco.
Io non so se c’azzecca ma credo che infamare uno dei simboli di Sant’Antioco sia un pessimo affare per chiunque alla stregua del disegnare i baffi alla Gioconda o danneggiare la Pietà di Michelangelo. Le distanze artistiche ovviamente sono siderali ma le ricadute emozionali sono identiche per chi, allo zampillo di Piazza Italia, ci giocava o si dava appuntamento con la morosa  tempo addietro.
Non chiedo di rimetterlo al suo posto.
Non chiedo di rivoltare come un guanto Sant’Antioco per lo zampillo di Piazza Italia.
Non sono né ingenuo, né sognatore visto che mala tempora currunt e francamente credo sia improbabile dal punto di vista del decoro urbano e architettonico considerato che qui si fatica solo a buttare un pacchetto di sigarette nel cestino apposito.
Chiederei solo di dargli degna collocazione.
Al Lungomare?
Sotto il Ponte?
In via Matteotti?
In uno dei mille lotti antiochensi senza urbanizzazione o verde pubblico?
Ognuno di noi avrà la sua ubicazione preferita e potrà proporla come soluzione ideale.
Siamo qui per discuterne in pubblico apertamente.
Come sempre.
L’importante è che lo zampillo sia nuovamente alla luce del sole e non in un sozzo e polveroso sottoscala del municipio di Sant’Antioco.
Se pure qualcuno ha teorizzato – riferendosi ai politici italiani – che bisogna essere concavi con chi è convesso e convesso con chi è concavo ho la consapevolezza che possa esistere una ragionevole via di mezzo. Semplicemente quella di non giocare con i sentimenti degli abitanti di Sant’Antioco anche quando sono sotto forma di emblemi.

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