Archivio Marzo 2008

Constatate le recenti problematiche che riguardano Chiara Vigo e la sua permanenza nei locali comunali, mi pare attuale la lettera che nel lontano Gennaio del 2006 consegnai al Comune di Sant’Antioco quale amministratore delegato dell’Associazione Culturale Andara (prot. n°001431). Ci tengo a sottolineare che prima ancora, quando era assessore Mariano Gala (senza l’aiuto del quale, presumibilmente, non saremmo mai riusciti ad ottenere neanche l’assegnazione temporanea di Monte Granatico), presentammo un’istanza per l’assegnazione della struttura nella quale c’erano 186 pagine di buoni motivi che avrebbero dovuto determinare il buon fine della richiesta. (prot. N° 09571).
Oggi, a distanza di più di due anni, il problema di Chiara emerge nuovamente in tutta la sua evidenza.

 

(continua…)

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Torna il popolo delle primarie del Partito democratico.
Domenica 30 marzo per il Democratic Day torna nelle piazze italiane il popolo delle primarie.

Saranno circa dodici mila i punti d’incontro del Partito Democratico, tanti quanti i seggi delle primarie del 14 ottobre, e verranno allestiti negli stessi luoghi, in tutte le 110 province e nei 6 mila e più comuni con un impegno di 100 mila volontari insieme ai candidati e ai leader del PD.

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Abbiamo certamente salutato con soddisfazione l’ordinanza del Sindaco Corongiu che ha finalmente imposto il ritiro dalle pubbliche vie e piazze degli osceni bidoni privati degli operatori commerciali che, da alcuni mesi, "addobbavano" vergognosamente il centro città.
Con tale "storica" ordinanza l’amministrazione Corongiu, che nei primi nove mesi si era fatta notare soltanto per alcune emblematiche elargizioni parentali tra editoria e centri anti-pedofilia, ha finalmente inaugurato la stagione delle scelte, accettando il rischio di irretire alcuni commercianti maleducati (?!) e superando inoltre la paradossale situazione di aver prodotto soltanto un’ordinanza sulla cacca dei cani mentre il paese, da mesi, è sommerso da immondizia umana.
Dopo anni di strategia politica legata al primato del silenzio e dell’equilibrismo, anche il Nostro deve aver capito che, se in campagna elettorale e in fase di creazione della propria figura politica paga assai la pratica delle tre scimmiette (non vedo, non sento, non parlo), quando si amministra vale esattamente l’opposto: il silenzio e l’immobilismo amministrativo sono, da sempre e per fortuna, l’anticamera del declino di ogni carriera politica. E non è un caso se, a pelle, in meno di un anno il Sindaco Corongiu sembra essersi già "guadagnato" una rielezione impossibile e il pentimento di molta parte del suo elettorato.
Nell’ordinanza di rimozione dalle pubbliche vie dei bidoni "commerciali" si legge (alleluja!) dell’esigenza di restituire il giusto decoro al centro urbano. Con l’entrata in vigore dell’ordinanza devo ammettere di essermi un attimino tranquillizzato considerato che, per mesi, mi son chiesto se fossi strano io a ritenere insopportabile che, nell’indifferenza generale e col beneplacito amministrativo, taluni commercianti potessero istituire delle vere e proprie mini-discariche nelle vie e nelle piazze centrali del paese. Posto che al peggio non c’è limite e che il paese continua a fare abbondantemente schifo, aver liberato l’orizzonte delle nostre strade dai variopinti e vergognosi bidoni, personalmente mi ha restituito un po’ di respiro.

Resta invece irrisolta l’evidente lacuna del contratto d’appalto sulla differenziata laddove le attività produttive vengono assurdamente equiparate a qualunque utenza privata e sottoposte allo stesso calendario di ritiro. E’ del tutto evidente che sottoporre un bar al ritiro del vetro una sola volta alla settimana come se avesse gli stessi ritmi di produzione di rifiuti di una qualunque utenza privata, significa creare un corto circuito del sistema con i locali pubblici che, stavolta, anziché in piazza si ritroveranno a produrre mini-discariche all’interno dei propri locali. E, per cortesia, non valga per una volta il qualunquistico e molto antiochense: caz… loro!
Nessuna colpa all’amministrazione Corongiu su tale lacuna: è ben noto a tutti che il deficitario contratto sulla differenziata è un’eredità del commissario regionale. Molta ed intollerabile colpa invece quando, di fronte alla richiesta di un ritiro dei rifiuti più frequente, soprattutto in previsione della stagione estiva, risponde con un’alzata di spalle e una sciacquata di mani così come avvenuto in una recente assemblea con la categoria.
Quando un problema ti viene sottoposto ben 5 mesi prima (diconsi cinque!) del suo possibile verificarsi, l’alzata di spalle è la "certificazione certificata" della propria inettitudine amministrativa. E allora due sono le possibilità: darsi una mossa e cambiare ritmi e registro o prendere carta e penna e mettere una bella firma di saluti.
Un’amministrazione incapace di incidere e di farsi carico dei problemi più stupidi perchè ingessata nei limiti di un qualunque contratto e con capacità di mediazione con la controparte pari a zero, è quanto di più deleterio possa abbattersi su una realtà complessa ed in piena crisi come la nostra.
Mi creda, sig. Sindaco, non è un luogo comune sostenere che quando c’è la volontà politica le soluzioni si trovano. Sempre e comunque. Basta, appunto, volerlo.
Non voglio nemmeno pensare che, all’avvio della stagione estiva, questa sarà ancora la situazione. Non voglio nemmeno pensare (ma quanta paura ho…) che il paese si presenterà ai "disgraziati" turisti antiochensi del 2008 nelle attuali disastrose e vergognose condizioni di sporcizia ed incuria. Colpa certo di una sacca di cittadini cafoni che continuano ad abbandonare buste d’immondezza in ogni dove, ma non meno colpa di un’amministrazione che non ha ancora preso alcun provvedimento perché a tale selvaggia prassi sia posta la parola fine, che si fa sostituire da quattro volontari per la pulizia delle aree periferiche della città (istmo, zona industriale, cunette nella strada per le spiagge), che non fa rispettare un minimo di regole per il decoroso e corretto conferimento dei rifiuti.
Come non notare, infatti, che va diffondendosi sempre più l’indecorosa prassi di depositare sull’uscio direttamente le buste senza più l’utilizzo degli appositi contenitori? Come non notare che il deposito sull’uscio non è sottoposto ad alcuna regola e controllo e bidoni e buste fanno bella mostra di sé in ogni ora della giornata? E’ così difficile applicare anche alle utenze private le stesse norme appena emesse per i commercianti, imponendo orari e regole precise e chiedere ai vigili urbani che le facciano rispettare?
Qualcuno, a ragione, definiva Sant’Antioco il paese delle libertà mentre nella vicina Carloforte il deposito delle buste senza l’apposito contenitore e fuori dagli orari fissati comporta una piccola sanzioncina di "soli" 500 euro! Esagerati a Carloforte? Può darsi, ma chissà perché a me, e a tutte le persone civili, questo genere di esagerazioni piacciono. Mi aggradano molto meno le derive lassistiche ed anarchiche per cui, dopo sei mesi e con responsabili ben individuati, dobbiamo ancora subire cumuli di immondizia abbandonati sempre negli stessi punti della città* senza che, chi di dovere, se ne preoccupi minimamente.
E sia chiaro: il degrado urbano che sta investendo la nostra città non è solo un problema di differenziata e dintorni. Ma qualcuno si accorge ancora in quali condizioni di degrado e incuria venga regolarmente lasciato il verde pubblico? Da dove vogliamo cominciare? Dalle due pietose e desolanti aiuole fronte palazzo municipale sui quali i nostri amministratori sbattono la faccia ogni mattina e non riescono a mettere a dimora nemmeno due piantine decenti? O dagli "aborti" di prato verde che dovevano cingere la fontana romana e l’indecorosa vasca di baghiniana fattura, oggi fasce di terra incolta per la gioia e i bisogni di cani e gatti randagi? (il prato verde se non si innaffia si rinsecchisce, lo sapevate??) O ancora le storiche aiuole di viale Trento costanti monumenti all’incuria e regno incontrastato di erbacce d’ogni genere? Giro in lungo e in largo la Sardegna e l’Italia e non ho mai visto tanta incuria nemmeno nelle piazze periferiche di città e paesi, figurarsi nelle piazze centrali!
Dal sito del Comune www.comune.santantioco.ca.it, pagina organi istituzionali – la Giunta, leggo testuale: GARAU PAOLO FRANCO, Assessore polizia municipale, protezione civile, smaltimento rifiuti, tutela parchi e verde pubblico, servizio cimiteriale. Oltre ad aver finalmente scoperto l’arcano di che cosa si occupa questo benedetto assessorato alla sicurezza, mi sovviene spontanea una domanda: ma si sente a posto con la sua coscienza un signore che, ogni mese, ritira il suo assegno di 1.500 euro per "tutelare parchi e verde pubblico e occuparsi di smaltimento di rifiuti" e non riesce a garantire nemmeno il decoro minimo richiesto per un qualunque centro abitato che possa definirsi civile e che, addirittura, ha pure ambizioni turistiche? Verde pubblico in totale abbandono e paese sporco all’inverosimile questo è oggi Sant’Antioco, con l’assessore competente (?) che, senza sobbalzi, scalda tranquillo la sua poltrona.
Per fortuna siamo ancora a Marzo e c’è tutto il tempo per rimediare, per restituire un paese pulito e decoroso a tutti gli antiochensi, per non arrivare alla stagione estiva con un paese in condizioni vergognose ed impresentabili. Semplicemente, basta volerlo sig. Sindaco. E di fronte a questa esigenza e domanda forti che arrivano dai cittadini rimboccarsi le maniche, lavorare e dare risposte. E non semplicemente fare le spallucce. Non è per questo che siete stati chiamati ad amministrare la città, lautamente retribuiti. Per dirlo alla maniera di Grillo: non dimenticate mai, caro Sindaco e cari assessori, che i cittadini di Sant’Antioco sono i vostri datori di lavoro e di stipendio! E ai datori di lavoro si risponde del proprio operato ogni giorno, non solo ogni 5 anni!

(continua…)

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Sto sudando freddo mentre cerco di immaginare Sant’Antioco simile alla Salem del 1692.
Sotto i nostri occhi, sopra le nostre teste, si sta inaugurando una crociata repressiva e forcaiola degna della versione piu’ becera e ignorante della Santa Inquisizione.
Ad ispirarla la piu’ nobile delle "buone intenzioni", così indiscutibile, cosi manifestamente naturale e meritoria.
Proteggere i bambini.
Pronunciare quella frase magica permette tutto.
Persino di far aprire a S.Antioco un Centro anti-pedofilia a chi non sa di cosa sta cianciando.
Ma è comprensibile perché succeda questo in fondo.
La TV ci ha ormai dato i requisiti minimi per fare i piemme "alla buona" nei casi di abuso su minori. Abbiamo seguito eccitati come trogloditi i casi alla mamma-di-Cogne divenendo esperti franzonologi, ci siamo scoperti con la bava alla bocca mentre già pregustavamo la rovina per le maestre di Rignano, ci siamo indignati come tifosi devoti per i preti pedofili delle arcidiocesi di Los Angeles e Boston, abbiamo trepidato per la sorte di don Gelmini e perciò sappiamo trattare benissimo questa materia scottante: basta abrogare de facto la "presunzione d’innocenza", darci dentro con le interminabili carcerazioni preventive, difendere la messa alla gogna mediatica, rimpinguare a caso la schedatura elettronica dei "pedofili", forse in un futuro prossimo avremo con la castrazione chimica e magari un maxi-risarcimento pecuniario scagionerà i piu’ munifici e fortunati.
Seppur colpevoli.
Che ce vo’. Tutto semplice, tutto scontato, tutto già scritto, facile da attuare.
Quindi cosa hanno pensato i nostri castigamatti del costume e della morale antiochense per la provincialotta S.Antioco, paese notoriamente affetto dall’emergenza pedofilia?
Facciamo centro aprendo un Centro , ovvio!
Ma in paesi veramente civili che sanno pesare la differenza tra pregiudizio e reale necessità un tema così delicato verrebbe trattato, non solo con i proverbiali guanti di velluto ma persino col sacro terrore che forse, sarà il caso, più o meno, magari, non è proprio questa la prima cosa da fare se si vuol solo abbozzare un discorso sull’infanzia violata
Che forse dovremmo domandarci se far aprire un centro di siffatta importanza a un sacerdote non apra piuttosto la strada alle battute piu’ grevi e scontate su preti e bambini e non all’inaugurazione di una reale strategia preventiva che impegni ognuno di noi alla vigilanza e all’impegno pedagogico individuale.
E’ dunque bastato presentare, da parte dell’OratorioAssociazione Don Bosco alla Giunta Corongiu, un mediocre progettino di un paio di pagine copiaincollate dal DSM IV e voilà il centro è cosa fatta.
Con un assegno cash da 6500 euri.
Senza riflessione alcuna. Senza mettersi alcun problema di metodologia. E di etica.
Solo un appiglio istituzionale riferimento fatto della sempre più imprudente Mariella Piredda assessore caterpillar dei servizi sociali di S.Antioco – che se non erro è da sempre una "colonna" dell’Oratorio Don Bosco (il suo nome è presente anche nello Statuto dell’Associazione?) quindi forse si porrebbe in essere un caso di conflitto di interessi anche non votando la delibera incriminata – a un Protocollo d’intesa istituzionale per la realizzazione di interventi integrati contro gli abusi ai minori contenuto nel PLUS provinciale.
Dico mediocre perché non ha i requisiti minimi – teorici e di messa in pratica dell’intervento – per ottenere un qualsiasi finanziamento. Da qualsiasi Ente con un po’ di sale in zucca. Foss’anche di due lire. A meno che non si tratti del solito, lauto, contentino che si fa al fratello del Sindaco(1).
Ma la materia in oggetto è sacra, va trattata con cautela, non può essere oggetto di vaneggiamenti elettorali. Anzi non deve essere proprio oggetto.
Perché quando si afferma in calce che "Il soggetto (pedofilo) ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore delle sue "vittime"" (perchè nel DSM IV si dice in realtà che il soggetto con Pedofilia deve avere almeno 16 o più anni, e deve essere di almeno 5 anni maggiore del bambino, cosa ben diversa del parlare genericamente di "VITTIME") si sta affermando un’enormità paurosa e pericolosa (anch’io dunque in gioventù ero un "pedofilo" considerato che la mia fidanzatina dei 22 anni aveva 17 anni!) che metterebbe all’erta le forze dell’ordine pronte a sanzionare e segnalare al centro di cui sopra decine di coppiette che passeggiano in Piazza il sabato sera.
Oltre a far venire la tentazione, per eccesso di zelo inquisitorio, di far pattugliare, magari con barracelli e guardie zoofile, gli anfratti piu’ sperduti dell’isola in ricerca di morosi che non abbiano il requisito anagrafico che abbiamo citato.
Perché affermare che "…tutti i Cittadini devono accettare come parte integrante dei servizi offerti dal Comune il Centro anti-Pedofilia…la collettività si impegni ad individuare ed emarginare le condotte pericolose…gli Adulti siano in grado di riconoscere situazioni di disagio e sappiano mettere in atto opportune azioni di tutela immediate nei confronti dei minori…nei Cittadini si crei una mentalità di vigilanza, di sostegno e protezione dell’ infanzia…migliorare la qualità della vita dei bambini e degli adolescenti per assicurare un sano sviluppo psicofisico…meno recidivi del reato di abuso sessuale ai danni di un minore" significa creare un clima socialmente pericoloso, inventare un paese Orco pur di giustificare la mancia elettorale o il futuro sovvenzionamento del centro che sarebbe inutile in futuro senza "clienti", creare una nevrosi collettiva che vede "pedofili" dappertutto, regalare al semplice cittadino competenze non petitae che si acquisiscono solo dopo anni e anni di formazione, analisi, studi clinici e perizie giuridiche, come gli operatori del settore possono tranquillamente testimoniare.
Quante persone sono state rovinate da segnalazioni magari fatte in buona fede sulla base di un equivoco?
Quanti padri e madri?
Quanti nonni e parenti vari?
Quanti padri e madri divorziandi hanno giocato sull’ambiguità della cosa per denunciare finti abusi per ottenere la tutela del figlio?
Nessun problema ora c’è il centro anti-pedofili dell’Oratorio Don Bosco. Pardon dell’Associazione Don Bosco (2) tanto sempre di don Giulio Corongiu stiamo parlando.
Tra l’altro far gestire il centro a una psicologa esperta in psicologia giuridica e criminologia significa ossequiare l’intento inquisitorio-indagatore di cui sopra, la voglia di linciaggio, cavalcare l’onda dell’omofobia e blandire il bigottismo con prosciutto sugli occhi che a S.Antioco ormai impera da tempo, accettare senza farci domande l’odio per i supposti "devianti", appiattirci sul meccanismo dello "sbattere il mostro in prima pagina" dimenticando che il primo intento di un servizio che si pone obbiettivi così imponenti è la sua rilevanza educativa basata sulla prevenzione e sulla sensibilizzazione e non certo sulla repressione o sulla delazione.
Tecnicamente per accertare se l’abuso sia avvenuto, stia ancora avvenendo o non si sia mai verificato, è necessaria infatti una complessa e reiterata nel tempo operazione investigativa nell’ambito del procedimento penale che va ben al di la della delle forze dei volontari di un Oratorio o Associazione Don Bosco che dir sin voglia.
Perché è chiaro come il sole il fatto che se si vuole intervenire gratuitamente su "…assistenza e valutazione dei casi di abuso-sfruttamento sessuale-pedofililia – fare audizioni protette di minori – fare valutazione, diagnosi, interventi di sostegno psicologico per i bambini vittima di maltrattamento e abuso sessuale, con invio a prestazioni diagnostiche medico-legali, specialistiche, e ,nei casi richiesti, ginecologiche – Assistenza psicologica al minore nelle fasi processuali – Valutazione delle capacità genitoriali – Sostegno, recupero e reinserimento delle persone accusate di abusi sessuali su minori.affinché venga accompagnato nella presa di coscienza del reato compiuto per non cadere nella recidiva – Giornate di sensibilizzazione sul tema dell’abuso e sui diritti dei bambini – predisposizione del setting operativo – attività di pubblicizzazione nel Paese del Servizio – registro attività…" il grosso del lavoro verrà trattato da volontari senza competenza alcuna.
Con tutti i pericoli metodologici e etici che la scelta comporta.
Tutto ciò sta succedendo a S.Antioco e questa Giunta Comunale avalla questo pericoloso modus operandi senza incertezze.
Sono consapevole di trattare una materia delicata e controversa.
Essendo il bambino l’unico candidato al ruolo di Vittima Perfetta, qualunque teoria del complotto che agiti lo spauracchio della violenza sui minori è destinata ad un successo inarrestabile.
Il "pedofilo" è perfetto per il ruolo di carnefice spettacolare..
Lava i peccati di un’intera società come il capro espiatorio della tradizione ebraica.
È colui che tutti vorrebbero lapidare o mettere al rogo.
Probabilmente verrò tacciato, dalle persone piu’ indottrinate e sempliciotte di fare l’agita popolo o di sottostimare il problema che, beninteso, statisticamente DEVE esistere anche a S.Antioco.
Ma ci sono modi e modi di trattare il problema. Esiste una corposa letteratura sull’argomento che invito a consultare prima di fare danni irreparabili.
Magari per tutte queste motivazioni il mio ragionamento sarà destinato a fallire.
A divenire lettera morta.
Ma un centro anti-pedofilia in un luogo dove pullula il bigottismo, la sessuofobia, il rancore, il pettegolezzo e la delazione è come conferire la patente di boia e buon cristiano alla stessa persona.
O alla medesima Autorità.
Guarda caso la triste anomalia che ha contraddistinto i periodi più bui dell’umanità in epoca moderna.
Leggendo queste degenerazioni mi viene in mente, sempre più spesso, la terribile, spietata frase udita da piccolo da alcuni anziani pescatori in via Cavour : "Ogni due generazioni ci vorrebbe una guerra".
Tanto per tornare a distinguere tra le necessità vere dagli incubi ridicoli di una società malata di ipocrisia e protagonismo indotto dalla TV deficiente.
 
 
 
(1) Non basta certo uscire dalla stanza al momento della votazione della delibera per scansare l’accuse di clientelismo Corongiu&Piredda!
(2) Oratorio che ormai pare assurto da 10 mesi a questa parte a unico ente preposto a distribuire previdenza sociale visto che da ha già ricevuto 11500 euro di soldi nostri senza che la collettività ne abbia beneficiato in alcun modo.
Questo alla faccia delle cooperative sociali di S.Antioco che ormai in paese non lavorano piu’ e sono costrette a licenziare risorse umane. Di S.Antioco.
Ma quella è un’altra storia che prometto di riprendere prima o poi così come la storia del Centro Diurno altro capolavoro immortale dell’assessore caterpillar di cui sopra…(continua)…

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Innanzitutto vorrei ringraziare Luca per la disponibilità ad ospitare nel suo blog il problema che si è verificato in Via Matteotti.
Che mi tocca in prima persona come avrete visto.
Il giorno 4 di febbraio improvvisamente ho visto piazzare dei divieti di fermata in adiacenza dell’edicola di mia moglie e del bar di mio figlio. violenta
Il giorno successivo i cartelli si sono moltiplicati come funghi e di fatto è stata interdetta la fermata dei mezzi da ambo i lati per un tratto di oltre 500 metri.
Specifico solamente dall’edicola di mia moglie al bar di mio figlio.
Dopo l’incredulità per un tale provvedimento, a dir poco mirato sulla mia persona, ho chiesto spiegazioni al Presidente della 2° commissione, quella che si occupa della situazione viaria, Gianni Cammilleri il quale si è giustificato sostenendo la pericolosità dell’incrocio adiacente all’edicola tra Via Matteotti e Via Laconi.
Ho cercato di far capire al Sig. Cammilleri che tale provvedimento era del tutto ingiustificato (considerato che siamo in una zona periferica da sempre ignorata da tutte le amministrazioni) in quanto ci avrebbe danneggiato e comunque ci potevano essere ben altre alternative al provvedimento che reputo tuttora immotivato.
Di seguito ho fatto pervenire la mia protesta anche al Sindaco Mario Corongiu invitandolo a rivedere questo provvedimento che ritenevo esagerato e fuori da ogni logica su una strada di 7 metri e mezzo di larghezza, e comunque atto chiaramente a colpire le nostre attività.
Mi son permesso di andare a trovarlo e di suggerire urbanamente al Sindaco di non impedire queste brevi e innocue fermate ma di esercitare un rigido controllo sulle velocità degli automezzi (che è il vero problema di quest via) limitando e facendo rispettare la velocità con un controllo della zona dalle forze dell’ordine.
Per tutta risposta sono stato invitato bruscamente ad uscire dal suo ufficio con la motivazione che non accettava suggerimenti da nessuno.
Ma non disse a suo tempo di essere il Sindaco di tutti i cittadini?
Successivamente ho richiesto il verbale della Commissione.
Dal verbale risulta che i componenti della commissione hanno deliberato (su richiesta di chi? e in base a quale motivazione?) di istituire un divieto di sosta in Via Matteotti in prossimità del "Baretto".
Ho la convinzione che la commissione abbia espresso quel parere in assoluta buona fede poiché anche io sono d’accordo sul fatto che da un lato di Via Matteotti vi debba essere un divieto di sosta ma possibilmente non dalla parte dove lavorano onestamente, senza recare danno a nessuno delle persone.
Come è pur vero che in prossimità delle suddette attività esistono dei parcheggi ma essi sono assolutamente insufficienti poichè vengono subito occupati dai residenti e dagli avventori in tutte le ore della giornata.
Ma il provvedimento della commissione è stato letteralmente stravolto, come ricorda Luca nel precedente post, dall’ordinanza N°3536/2008 a firma del Comandante dei Vigili Urbani dove si ordina che per tutta la Via Matteotti (da viale Trento a incrocio via Torino) è interdetta la fermata da ambo i lati.
Domanda: può un funzionario o un amministratore arrogarsi il diritto di stravolgere il parere della Commissione espresso in buona fede?
Io credo di no anche perchè so che non è certo colpa dei vigili, che rispetto profondamente visto che son onesti lavoratori come tanti e so per certo che non c’entrano nulla, in quanto anche essi hanno subito la pressione prepotente di un amministratore comunale residente nella nostra zona.
Per quanto ci riguarda saranno gli organi competenti a stabilire i torti e le ragioni sino ad arrivare alla magistratura se è il caso qualora riusciremo a provare il danno procurato poichè ci stiamo rimettendo soldi con questo provvedimento e l’abuso di ufficio considerato il fatto che i documenti che abbiamo detto cambiano misteriosamente nel cammino da un ufficio all’altro.
Ho la sensazione che solo ed unicamente queste cose vengano studiate a tavolino, alle volte con malafede ma sempre con tanta incompetenza. Cose ben piu’ importanti per la sorte del paese invece vengono trattare con superficialità o indifferenza.
Ogni volta, la soluzione ad un problema, è presa in modo da colpire maggiormente i residenti di determinate strade piuttosto che quelli che creano scompiglio al traffico e che sappiamo essere sempre gli stessi. Con nomi e cognomi individuabili.
Resta comunque il danno da noi subito e l’incertezza che aleggia su 4 posti di lavoro regolari.
Sperando che si mettano una mano sul cuore e che risolvano questa spiacevole situazione.
Grazie per l’attenzione, Paolo

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"Il neosegretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, nella prima conferenza stampa dopo la vittoria, ha illustrato in 7 punti la linea del partito. Sono bastate 24 ore ed il voto di 3,4 milioni di italiani, a far invecchiare molte delle consuetudini politiche italiane. Il Pd inventerà un nuovo lessico, non sorprendetevi se nelle prossime settimane ci saranno risposte che potranno sembrare eterodosse. Gli italiani chiedono innovazione e coesione, nel segno della discontinuità politica."

(continua…)

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Nel 2000 ai tempi dell’allegra banda Baghino il Comitato di Quartiere "S.Antioco 2" somministrò a gran parte dei residenti della zona un questionario di indagine conoscitiva sulla necessità di istituire servizi essenziali (pubblici e privati) presso il quartiere universalmente conosciuto come "Villaggio" ancora oggi privo di troppi servizi
Risposero 350 residenti della zona dando 838 indicazioni totali utili.
Tra i servizi piu’ richiesti figurarono l’ufficio postale, la farmacia, l’ambulatorio medico, le aree attrezzate per bambini, lo sportello bancario, un luogo di culto, il decentramento di uffici comunali, impianti sportivi, il mercatino rionale, il rispetto dei limiti di velocità, le aree verdi, la costruzione della circonvallazione, il potenziamento degli orari e delle fermate del servizio trasporto pubblico urbano, l’eliminazione delle barriere architettoniche, la libreria, il centro di aggregazione, parcheggi, i bagni pubblici e vattelapesca.
Ci voleva l’atttuale amministrazione comunale – o meglio l’insistenza della parte di essa residente nella zona come scoprirete – per risolvere, uno degli annosi problemi della popolosa zona residenziale.
Voi direte: finalmente i nostri prodi hanno realizzato che sono necessari almeno l’ufficio postale o la farmacia o l’ambulatorio medico o aree attrezzate per bambini o lo sportello bancario o un luogo di culto o il distaccamento degli uffici comunali o impianti sportivi o il mercatino rionale o il rispetto dei limiti di velocità o le aree verdi, o la costruzione della circonvallazione o il potenziamento degli orari e delle fermate del servizio trasporto pubblico urbano o l’eliminazione barriere architettoniche o la libreria o il centro di aggregazione o i parcheggi o i bagni pubblici o vattelapesca…
Eh no i nostri amministratori hanno lo sguardo da aquila reale, qui siamo ben oltre amici miei.
Il massimo della cura per gli abitanti di via Matteotti è stato quello istituire il divieto di sosta sul tratto adiacente al bar "il Baretto" di Paolo Locci come si evince dal verbale n°7 della commissione permanente n°2 del 25/01/2008 composta dal presidente Cammilleri Giovanni e dai consiglieri Locci Stefano, Melis Massimo, Raspa Marisa, Lecca Valerio, Locci Ignazio, Pittau Lucia.
Era inoltre presente per esplicita convocazione l’assessore con delega alla sicurezza del cittadino Paolo Garau.
Garau, Cammilleri e Melis sono gli amministratori comunali residenti nei pressi del Baretto del Locci, di cui sopra.
Magari semplice coincidenza.
Secondo codice della strada il divieto di sosta consente tuttavia la fermata (ndUN. pag. 58 del manuale per il conseguimento della Patente che ho sotto gli occhi), dunque Paolo Locci avrebbe avuti salvi almeno gli incassi dei giornali, dei caffè e dei gratta e vinci.
Il mistero si fa ancora piu’ fitto allorchè una misteriosa ordinanza (la N. 3536/2008) del 24/02/2008 del comandante dei vigili urbani Lefons tramuta inspiegabilmente il divieto di sosta in divieto di fermata.
Naturalmente l’ordinanza non è farina del sacco della polizia municipale ma è puro arbitrio dell’amministrazione comunale come Paolo mi ha confermato.
Dunque qualsiasi, seppur minimo, del veicolo in prossimità dell’attività della famiglia Locci è vietato.
Sin qui l’arcano cerchiamo ora di parlare della conseguenza pratica di quel provvedimento.
Nel baretto e nell’edicola di Paolo Locci e figli lavorano 4 persone a tempo pieno e indeterminato.
Il baretto e l’edicola di Paolo Locci e figli hanno subito dal giorno dell’entrata in vigore dell’ordinanza un calo del 20% sul venduto.
Sottolineo il non trascurabile fatto che edicola e bar sono gli unici centri di aggregazione sociale di S.Antioco 2.
In parziale ossequio alle richieste fatte dagli abitanti della zona tempo fa nei questionari su citati.
Paolo Locci mi racconto’ che un di per lui nefasto il Camilleri o il Garau, non ricordo francamente chi fosse dei due galantuomini, si presentarono in edicola recando una trentina di firme che chiedevano quel divieto perché delle signore "ciecate" alla guida non riuscivano a svoltare l’angolo con la macchina in sosta davanti all’edicola in via Matteotti.
Reputavano troppo poco lo spazio di 7 metri e mezzo (sic!) da una parte all’altra della carreggiata.
Alla bizzarra provocazione Paolo Locci presenta al sindaco Corongiu piu’ di 300 firme di avventori, sottoscrittori di una civile protesta per eliminare il divieto di fermata per acquistare i giornali nell’edicola di via Matteotti con la motivazione che creare difficoltà alla distribuzione della stampa sia un errore ben piu’ grande del blandire il proprio elettorato e i propri consiglieri con decisioni un po’ astiose e raffazzonate.
Mi son permesso di leggere tra le righe.
La logica che mi porta a fare queste affermazioni un po’ pepate mi pare stringente.
Sappiamo tutti infatti che il nostro paese ha una situazione viaria, di scorrimento del traffico diciamo, un po’ problematica.
Il traffico, da sempre, si concentra in pochi luoghi vianazionale-viaroma-corsovittorioemanuele-viareginamargherita-piazzadegasperi-
viacalasetta-viamatteotti.
Praticamente tutti i servizi pubblici sono concentrati in queste vie.
Dunque l’intasamento e il caos del traffico è obbligato quanto il sole che sorge ogni mattina.
Esiste un costume ben tollerato a S.Antioco – simile a quello di edificare alla c.d.c., di buttare i sacchi dell’immondezza dalle auto in corsa o di cianciare che dobbiamo vivere di turismo – che porta ad essere ben tolleranti con i consumatori che si avvalgono dell’epicureo diritto di acquistare giornali, sigarette o pane fermando la vettura in mezzo alla strada creando code interminabili.
Qualora si dovesse emettere un ordinanza per perseguire tutti i fruitori che si avvalgono dei suddetti servizi occorrerebbe emettere un Provvedimento Unico che valga per tutti.
Indistintamente.
Per il panificio di via Matteotti come per l’edicola di Prace Cresia e per il bar del consigliere comunale di piazza Umberto; per il tabacchino di via Nazionale finanche per le macchine di coloro che parcheggiano pericolosamente all’angolo di via Toscana per recarsi all’ambulatorio di Latte-Baghino-Lai-Gamboni.
Faccio esempi a caso.
Ogni cittadino di S.Antioco potrebbe elencare il suo anonimo "cletus" personale che gli fa venire i nervi a causa di un parcheggio fuori posto con le quattro frecce a palla. Oltre a creare situazioni di pericolo per i pedoni e gli altri conducenti.
Applicando perciò un sillogismo ferreo direi che poiché l’ordinanza è stata emessa ad personam per l’edicola di via Matteotti ergo si vuol procurare difficoltà solo a quell’edicola e a quel bar.
Mi pare solare la cosa.
Questa la metto io sul piatto delle cose considerato, e lo ripeto, che a S.Antioco 2 nei pressi del Baretto vivono 3 consiglieri del gruppo di Corongiu.
Ed è è noto il fatto che Paolo Locci non ha votato Corongiu.
Fatevi ora voi un’idea della questione.
Aspettando le puntualizzazioni che Paolo ha promesso di fare tra le pagine del blog su altre questioncelle che preferisco vi racconti lui con dovizia di particolari.

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 Sabato 8 marzo alle ore 18 presso la sede del PD di S.Antioco nel Lungomare C. Colombo si è tenuto un incontro pubblico aperto a tutti i cittadini di Sant’Antioco, a quelli che numerosi hanno partecipato alle primarie del 14 Ottobre e a tutti coloro che hanno inteso offrire un prezioso punto di vista per l’arricchimento del percorso politico e culturale del nuovo PARTITO DEMOCRATICO.
All’ordine del giorno vi era l’elezione dell’assemblea cittadina e l’elezione degli organismi di coordinamento.
Dal lungo e proficuo dibattito è emersa la necessità di dotarsi subito di un gruppo dirigente cittadino immediatamente operativo in vista delle imminenti elezioni politiche del 13 e 14 aprile.
Si è cosi passati all’elezione degli organismi di coordinamento.
È stato eletto coordinatore dell’assemblea cittadina, a maggioranza assoluta, Gianluca Mereu già membro dell’Assemblea Regionale del Partito Democratico.
L’assemblea cittadina è composta inoltre da Giorgio Testa, Baghino Maria Carla, Obino Giuseppe, Puddu Carmine, Curridori Alfonso, Contini Alessandra, Marroccu Mario, Alessandro Cangioli, Salis Sergio, Asunis Matteo, Fontana Marco, Fois Monica, Diana Ivano, Pittau Stefano, Massa Marco, Steri Luisa, Antonello Cabras, Serra Roberto, Melas Antonello, Curridori Paola, Puddu Florian, Piras Antonello, Steri Corrado.
L’assemblea comunale avrà il compito di organizzare e coordinare l’attività politica del PD in vista delle prossime elezioni nazionali, promuovendo la costituzione dei circoli di base fino alle prossime primarie che si terranno l’8 giugno 2008 che eleggeranno i segretari comunali, provinciali, e tutti gli organismi dirigenti.

 

(continua…)

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  Si terrà Sabato 8 marzo alle ore 18 presso la sede nel Lungomare C. Colombo un incontro pubblico aperto a tutti i cittadini di Sant’Antioco – a quelli che numerosi hanno partecipato alle primarie del 14 Ottobre e a tutti coloro che intendono offrire un il loro prezioso punto di vista – per l’arricchimento del percorso politico e culturale del nuovo PARTITO DEMOCRATICO.
Tutti i partecipanti all’incontro potranno contribuire all’elezione dell’assemblea cittadina che eleggerà gli organismi di coordinamento.
L’assemblea comunale avrà il compito di organizzare e coordinare l’attività politica del PD in vista delle prossime elezioni nazionali, promuovendo la costituzione dei circoli di base fino alle prossime primarie che si terranno l’8 giugno 2008 nelle quali si eleggeranno i segretari comunali, provinciali, e tutti gli organismi dirigenti.

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Caro amico, non avertene a male, se, anziché scrivere un l’articolo o il saggio sugli argomenti che mi avevi chiesto di trattare, ti scrivo questa specie di lettera.
Lo faccio per due motivi. Primo: ammetto di aver sbagliato ad accettare il tuo invito a scrivere sull’argomento "la Sardegna che vedo, la Sardegna che vorrei".
L’ho preso con leggerezza e ora mi rendo conto di non avere il necessario distacco.
Secondo: c’è una ragione direi superiore. Ed è questa.
Che di questi temi – e soprattutto, come vedrai, sul tema sul quale mi concentro, l’identità – non bisogna più scrivere, a mio parere.
Non bisogna cadere nella trappola di tentare di autodescriversi, perché è un imprigionarsi.
Appena creata, la parola che hai detto su questo argomento, ecco che diventa, se non menzogna, finzione.
Dunque: sottrarsi, non cedere, non lasciarsi tentare.
Credo che di questi temi abbiamo parlato – tutti – persino troppo. E chiedo scusa ai lettori per essermi aggiunto anche io, con le righe che seguono.
Sono nato e vissuto a Sant’Antioco, piccola isola a sud ovest della Sardegna, per 30 anni: lì ancora coltivo amicizie più vere e significative, i miei affetti familiari, seguo i progetti che i miei amici portano avanti. Forse custodisco persino il sogno di tornarci: magari da vecchio. Ma so che anche questa è una trappola dei sentimenti. Sono andato via dalla Sardegna in un dicembre di non molti anni fa e sapevo che era un viaggio di sola andata.
Si emigra una volta sola. Ed è per sempre.
Come si dice: indietro non si torna. Non si può. E non serve tornare per le feste comandate, per le occasioni propizie, per fare visitare amici, parenti, posti. O per fare le vacanze.
Non te lo permette il luogo, che riconosci sempre meno, le persone, che cambiano senza di te, il tempo, infine, che passa mentre tu sei assente: e non lo permette la stessa scelta – e dico che per me, fortunatamente, si è trattato di "scelta" – che hai fatto.
Quella sorta di "tradimento" che senti di avere compiuto.
Vivo e lavoro da sette anni a Milano, ho avuto la possibilità di viaggiare e conoscere pezzi d’Italia e di altri Paesi.
Torno sì, quanto posso, in quella che mi ostino a chiamare casa.
Faccio il giornalista, prevalentemente mi occupo di cultura, di editoria, di libri.
Frequento, dunque, per la mia storia personale e per motivi professionali una serie di persone legati a quel mondo: ed è forse su questo aspetto che posso dire di avere le idee più chiare.
Stare lontano dall’isola, per tante cose, contribuisce a farti vedere meglio le cose; o almeno a fartele vedere da un’altra angolazione, serve a darti quel distacco che, vivendoci, non riesci ad avere, invischiato come sei dal rumore della quotidianità.
Dei miei amici di infanzia quasi nessuno è rimasto a vivere nel proprio paese, di quelli frequentati durante l’università pochi sono rimasti in Sardegna a svolgere la professione per la quale si sono – loro e i loro genitori – così tanto sacrificati.
Mi sembra, questa, una vera tragedia: costringere i propri figli ad andarsene è una sconfitta enorme per una società. Significa non avere centrato non dico lo sviluppo, ma nemmeno l’obbiettivo minimo, la sopravvivenza, la continuità. Soprattutto se il ritorno è, come di fatto è, per lo più vietato.
Forse non c’è niente di male. Viviamo nell’epoca della globalizzazione, dopotutto. E allora è meglio aprirsi, viaggiare, vedere, conoscere, confrontarsi.
La Sardegna, i sardi, hanno, abbiamo, bisogno di confrontarsi, di viaggiare, di vedere cose nuove. Perché il considerarsi autosufficienti, per non dire migliori degli altri – argomentazione che ho riscontrato spesso nei discorsi sentiti in Sardegna – è un sentimento piccolo, provinciale, di chiusura, di paura. Capisco da dove arriva. Dalla necessità di vedersi riconosciuta dagli altri una propria dignità.
Alla Sardegna questo è mancato per tanto tempo: un ruolo forte, e avvertito come tale, nella (grande) storia.
Da qui una rivendicazione di autonomia e di identità – ecco la parola alla quale giro intorno – tanto più marcata quanto più gli altri tentavano di affossarla. E’ stato un passaggio necessario.
Ma credo che sia anche venuto il momento di finirla. Ho frequentato corsi universitari, letto libri, partecipato a dibattiti e conferenze: da quanti anni il mondo della cultura in Sardegna va interrogandosi sulla nozione di identità, sull’impellenza dell’identità, sull’emergere dell’identità come del tema da trattare? Quanto si è insistito su questa faccenda?
I risultati sono, diciamo così, controversi. Da una parte non ci ha fatto male: anzi.
E ci è servito parecchio. Dall’altra, mi sembra che abbiano da poco addirittura istituito una sorta di assessorato all’identità.
Ecco: quando c’è bisogno di un organo che vigili sul corretto uso dell’identità, quando c’è un museo che sancisce cosa meriti di essere considerato identitario e cosa no, significa che quell’oggetto non serve più, semplicemente perché non lo si può più usare.
Penso spesso alla frase di Gustav Mahler che ho messo in esergo. Finché si continuerà a credere che abbiamo un passato da tutelare e da riscoprire, che abbiamo solo tradizioni, abiti, balli, musiche, cibi, lingue da conservare eccetera, il nostro viaggio sarà di breve percorso.
Io penso che l’identità della Sardegna non sta nel suo passato, ma nel suo futuro.
E nel suo presente. Sta nella capacità di chi la vive di non sentirsi ancorato a tradizioni belle, sì, emozionanti, sì, ma, forse, inservibili.
Sta nella capacità, piuttosto, di conoscerle e di reinterpretarle alla luce degli stimoli che ci propone il mondo di oggi. L’identità è sempre un qui e ora. Per questo motivo non è definibile, non è afferrabile, e muta di continuo.
Ciascuno di noi ha un’identità multipla e mutevole: così io sono sardo, sono europeo e sono occidentale.
Tuttavia se l’identità di appartenenza non si sceglie (non posso certo dire che sono indiano), quella che si pratica – ebbene sì, l’identità si pratica – è soggetta a continue revisioni.
La nostra identità dei sardi non è nei nuraghi.
Non solo. Non è nei pozzi sacri, non solo.
Non è nelle vesti del pastore, non solo.
Non nel pecorino, non solo.
Non è nel ballu tundu, non solo.
Non è nel porcetto, nel mirto, nella Sartiglia, nell’Ardia, nei dialetti, nel pane carasau, nelle launeddas, nel cannonau, nei cosinzos, nelle pattadesi, nelle berritte, nei vestiti di velluto e via elencando.
Non solo, almeno
voglio dire che questo sia folklore, ma spesso chi appartiene a una tradizione culturale finisce per pensare che i "luoghi comuni" che quella tradizione descrivono siano, in qualche modo, da onorare.
Ma chi l’ha detto? Al cannonau io preferisco il barolo, a su casu acedu la mozzarella di bufala, al mirto il porto, al canto a tenore il sax tenore.
Sono meno sardo per questo? Non direi: e spero che non ci sia da discutere su questo.
L’identità è in quello che riescono a fare, tutti i giorni, le persone che abitano e vivono la terra oggi: siano essi imprenditori, intellettuali, disoccupati, agricoltori, persino politici.
E’ nel modo in cui riescono a pensarsi comunità.
Essere sardi, oggi, mi pare sia tutelare la propria terra (non solo nel senso della bellezza del paesaggio), ma anche fare un vino migliore di quello che si beveva fino a dieci anni fa, sia scrivere romanzi che possano essere letti a tutte le latitudini, sia produrre informatica di qualità, sia competere sui mercati internazionali, sia interagire con il resto del mondo, sia essere aperti a cambiamenti e novità.
Ma l’identità sarda sta anche nei disoccupati senza speranza che stappano birrette nei bar del centro, nelle case lasciate brutalmente senza intonaco che vediamo dalle statali, nelle discoteche della costa e del centro, dove i ragazzi sardi sono come quelli del resto del mondo, bene o male che sia.
Siamo occidentali a tutti gli effetti. Strano come questo fatto lapalissiano venga spesso dimenticato nelle dotte disquisizioni su identità e dintorni.
Di recente solo in qualche articolo di Giulio Angioni, che non a caso, oltre che scrittore è antropologo, ho letto delle considerazioni mirate su cosa significhi riflettere sulla nostra specificità ma anche sulla nostra similitudine. Già: stare fuori dalla Sardegna permette di scorgere quanto siamo simili agli altri, anziché diversi. E se ripartissimo da qui?
Ma in fin dei conti: è così tanto importante sapere chi si è? Lo è.
Se questo non diventa invece un ostacolo, una zavorra, un impedimento. Se ti imprigiona in una griglia conoscitiva che si pretende debba essere rispettata. Sì, se sai sfruttare il tuo dato biografico di partenza per arricchirlo di tutte le esperienze che ti capitano e che vedi intorno a te. Sì, se non hai paura di dare il giusto peso alle cose, senza sottovalutare o sopravvalutare – nel tuo lavoro e nella tua vita – cosa vuol dire quell’appartenenza a cui così tenacemente ti attacchi.
Sì, se ti interroghi su quanto può dare (e prendere) la Sardegna a se stessa e al mondo che la circonda. Perché può dare molto. Se è capace di pensarsi come unità attiva, non passiva, se è capace di integrarsi, e non di isolarsi. A volte più che essere differenti a tutti i costi, conta capire cosa hanno gli altri meglio di noi. E imitarlo.
I discorsi che sento ogni volta che provo a dire queste poche banalità che vado dicendo, sono reazioni del tipo: "Ma qui noi abbiamo tutto" " Qui è meglio di altrove" "I prodotti sardi sono più buoni o più genuini" o altro…
E poi tutti a bere una Coca Cola, che quella sì, ci mette d’accordo tutti.
Nella cultura, soprattutto, ho visto una Sardegna ossessionata da se stessa, eccessivamente preoccupata di rivendicare il proprio posto nel mondo. Vedo, invece, che c’è bisogno di rimboccarsi le maniche e lavorare per il nostro (nostro!) futuro senza paura di confrontarci, sapendo che abbiamo molto da imparare e molto da offrire. Sapendo che gli altri non ci valutano per chi siamo, ma per quello che dimostriamo di saper fare. E’ questo il bello della globalizzazione.
E’ questo il motivo per cui hanno successo i libri di Marcello Fois, o Salvatore Niffoi o le musiche di Paolo Fresu o le sculture di Nivola… E dovrebbe essere questo il faro per far luce sul nostro futuro.
Bisogna imparare che darsi una mano è meglio che stare isolati, che una comunità che lavora (e sono tanti gli imprenditori sardi eccellenti) richiede gente in gamba, che gli aiuti vanno meritati e che farsi venire buone idee è una qualità apprezzata nel vasto mondo. Bisogna imparare ad uscire dalla nostra isola, a staccarci ma senza mai abbandonarla. E a valorizzare l’esperienza di chi sta fuori.
Non so se questa lettera alla fine serva a qualcosa.
Non volevo fare un comizio o appelli più o meno generici, come invece mi sembra di avere fatto.
Mentre non riuscivo a scriverti queste righe e perdevo tempo nel trovare argomenti più o meno convincenti per declinare il tuo invito, mi è capitata una cosa che mi è sembrata straordinaria.
Mi è arrivata una mail. Era di mio padre. Ha 73 anni, è nato in una casa vicino a delle grotte puniche; grotte utilizzate come abitazione, in un’epoca – primi anni 30 – che assomigliava più al millennio precedente che non a quello nel quale si inseriva.
Ha attraversato un mondo nel quale sono arrivati via via la tv, le comunicazioni di massa, i telefonini, i computer. Coltiva la vigna e si interessa di nuraghi.
Non gli ho insegnato io a mandare una mail: ha fatto da sé. E’ stata una sorpresa meravigliosa.
Questa è l’identità: una lettera che ci è stata spedita da chi ci ha preceduto, e che noi dobbiamo a nostra volta spedire a chi verrà dopo di noi. Siamo nati sardi e lo resteremo: questo è sicuro. Ma non è sufficiente. E’ il come esserlo che fa la differenza. Ma il bello è che non c’è un come migliore degli altri: è la semina che conta, i frutti li raccoglieremo dopo. Tutti insieme.
La Sardegna che vorrei è questa: un’isola che semina e coltiva il suo futuro, con l’orgoglio del proprio passato ma soprattutto con la consapevolezza di dover vivere il presente. Il terreno è fertile. Non sprechiamo altro tempo e gettiamo i semi.
Guardando avanti.

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