Archivio Dicembre 2007

Voglio augurare un BUON NATALE E UN FELICE ANNO NUOVO a degli AMICI SPECIALI che credono nonostante tutto, che si possa sempre provare a migliorare la propria condizione e quella del paese in cui si vive.

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Io il famigerato Kafka Natale voglio dare alla stragrande maggioranza dei gruttai tanti-tanti-tanti-auguri jingle bells ma ad alcuni personaggi pubblici di Sant’Antioco voglio dare uno scimpru natale proprio di cuore.

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«Cesss Cle oggi alla Favola era pieno di f**a!».
Erano i primi di agosto, Cletus il bifolco sedeva, mezzo brillo, sulle panchine di fronte al bar di Lucio.
In quella discoteca antiochense popolata da mini fighetti e da malati di cementitio tremens in happy hour notturno il figlio del mare, ma solo a scopo indennizzi, faceva la figura de su binu forti in un roseto, del parvenu.
In un panorama di abiti di buon taglio e cravatte distrattamente allentate come la moda impone, lui indossava una camicia rosa shocking aperta sul petto rasato e coperto di catene d’oro che manco TE Baracus dell’A-Team.
Sotto ad un gessato estivo a righe larghe.
Roba da film tipo The Goodfellas e non da borghesuccio-coatto sulcitano in fermo biologico.

Era in sosta a scrocco in un mondo non suo, mentre aspettava che il resto della cricca si decidesse a smettere di dire fregnacce per andare in piazza Umberto per il capuccino al’alba.
In mano aveva un pacco di depliant da portare in un gazebo tricolore di piazza di Chiesa, così diceva tutto tronfio mentre smaltiva i fumi delll’alcool.
Non si capiva bene cosa fossero quelle brochure, bofonchiava di una nuova fazione politica che voleva contarsi e poi scegliersi il nome per combattere per la libertà e contro ogni massimalismo.
Che cazzo voleva dire, poi.
Però lo avrebbero fatto democraticamente diceva Cletus per conto terzi.
Ristorante, pizzeria, discoteca «e sempre tanta figa» sottolineava lui mentre allungava i depliant a sconosciuti.
Gli altri lo guardavano come si guarda un insetto strano, un babalotti che misteriosamente è comparso sul muro del salotto buono di casa.
Ma serviva, oh se serviva, Cletus su scimpru.
Bastava parlargli guardandolo fissamente negli occhi, cianciare che eri un avvocato o un impresario edile o un candidato alle comunali e lui si beveva ogni cosa:
"Cletus, con l’ambiente non si mangia"
"Cletus chioschi e spettacoli, quello serve"
"Cletus votami e non rompere i coglioni"
"Cletus, quelli sono troppo intellettuali e a te non ti danno un cazzo e poi Soru…"
"Cletus bisogna divertirsi, fai andare quelli a marrai su carignano"
"Cletus, il gasdotto rovina l’ambiente".
Tutti parlavano con Cletus ma nessuno si spingeva a mettergli una mano sulle spalle.
Solo all’uscita della disco dove aveva dato spettacolo intonando svariate volte il popopopopopopo delle notti Mundial lo avevano abbracciato, ridacchiando, sussurrandogli un «Cle fai a bravu!», con lo stesso fare da finta beneficenza di chi dà un euro a uno che scolletta e poi aggiunge «mi raccomando, non berteli».
Cletus si era prestato a tutto quello sperando di cambiare la sua vita.
Si va avanti così – gli avevano detto – perfino i preti fanno politica a S.Antioco, e poi lui cercava da tempo di cambiare lavoro.
D’altronde i soldi per su ciu glieli avevano dati in leasing con tassi da usura.
Ogni tanto in qualche remoto luogo dell’anima, il zotico dava l’impressione di coltivare un dolore, simbolizzato dal ciondolo d’oro con la foto di Eutrebio in bella vista sul collo che spesso stringeva tra le nocche della mano.
Prima dell’estate, era ancora un uomo che soffriva, e somatizzava il tormento interiore in un tremolio che dal calcagno destro gli saliva su tutto il fianco e lo costringeva a buttare le cartacce della pizza in terra. Preferibilmente nel Lungomare o nel Corso.
Quella sera di settembre invece, sembrava soltanto la brutta imitazione di un tronista di Maria de Filippi. Nessun tremolio.
Un uomo abbronzato di tutto punto, belloccio nonostante tutto, che sguazzava in una bella vita di plastica.
Una volta scolorito il ricordo dell’ultima malefatta dell’ennesimo cattivo sindaco di S.Antioco, sarebbe saltato fuori un posto anche per lui, tra pierre di Pierre e stucchevoli karaoke in piazza Umberto, birrette e alfette che sfrecciavano tra via Matteotti e is Pruinis il sabato sera.
Prima si sarebbe introdotto nella pulizia spiagge, poi nei vari cantieri di sampietrini, poi nella raccolta differenziata e in seguito sarebbe stato colui che avrebbe dato la spallata definitiva allo zampillo, che simboleggiava – così gli aveva detto l’avvocato – lo stantio modo di stare ancorati a un passato che non esiste più.
Dopo aver scolato un analcolico alla creatina tipo Red Bull ipervitaminizzato e aver provato a chiamare l’avvocato Mutarelli, che aveva il cellulare spento, Cletus disse ai suoi piu’ fidati amici buzzurri che il suo sogno era di prender casa a Maladroxia mettere su una piccola impresa di movimento terra e servizi turistici e disse ancora che il passato, fatto di tante notti passate a tirare a strascico, era "da scancellare", comprese le sue manchevolezze morali ancora di la a venire.
Ricordava con rabbia che gli gonfiava le vene del collo quelle tristi mattine a scuola: "professore ho dimenticato il quaderno, anzi no, mia sorellina me lo ha pasticciato e non l’ho più trovato".
Ma ora il professore girava ancora con la sua Fiat Punto vecchio modello e il suo eskimo e lui poteva dargli del mentecatto dall’alto del suo Cayenne turbo diesel con alettoni 9×2.
Cletus era pronto per far suobquello che la vita – e i nuovi amici – gli avrebbero concesso.
Bastava girarsi dall’altra parte.
Mostrare, come facevano da sempre i suo concittadini, memoria corta.
E fare da par loro quello che i suoi "nuovi amici" non facevano.
Lo fece per loro dunque, il grande passo che gli avrebbe permesso di sovrastarli, di farli morire d’invidia, bastava solo ammorbidirsi alla chiacchiera demagogica di qualcuno.
Tanto avrebbe contrastato anche quella con mazzette di euri fumanti.
"Pecunia non olet" aveva detto un giorno, in inglese, qualcuno dei suoi nuovi e istruiti amici.
Coi soldi si fa tutto, si sta bene, c’è benessere e ottima qualità di vita.
Anzi no, quella non serve altrimenti i bifolchi come e più di lui, si sarebbero accorti dell’inghippo.
Che solo uno mangia in quel cesso di paradiso e quell’uno voleva essere lui.
Come in una copia sbiadita del nord-est d’Italia dovevano bastare (secondo la filosofia spiccia del gruttaio affrancato doc) i soldi per i macchinoni, non doveva mai scarseggiare la "roba" buona, le trasmissioni ammazza-neuroni mediaset e le thailandesi d’alto bordo.
Ma anche le slave erano cool.
La vita è una ed è costruita su fondamenta fatte di cose materiali, allo spirito ci si penserà dopo morti e se effettivamente esisterà un nuovo Padrone che ti leggerà la vita, si farà professione di fedeltà pure al nuovo Capo.
Era sempre stato bravo in quello.
Cletus comunque ora era vivo e sapeva come ci si doveva comportare e da che parte stare.
C’era sempre una parte forte dalla quale trarre benefici, ciò compensava le sue lacune morali e intellettive, lo mandava avanti, lo faceva primeggiare perché il mercato lo pretendeva.
Che ridere, pensava ricordando, quando un giorno di tanti anni prima, tra gli applausi degli amici mostrò il muscolo, mentre intralciava il traffico che intimorito da tanta protervia non osava contraddirlo, mentre col suo BobCat demoliva il vecchio zampillo.
Non gradiva nemmeno che la prima auto dietro a lui gli stesse troppo vicino, mentre si apprestava a salire col suo mezzo sul marciapiede di Piazza Italia.
Crasssh e lo zampillo si ruppe.
Intorno molte persone con la pelle d’oca, quasi in lacrime, come se avessero avuto violato qualcosa di prezioso, qualcosa che insisteva nel profondo da tempo immemore.
"La gente vuole cose nuove" l’avvocato lo diceva sempre e lui aveva eseguito come sempre.
Li era avvenuta la sua trasformazione definitiva lasciando il mondo dei cantieri comunali per nuove imprese mirabolanti.
Cletus era ora il tipico esempio di bulletto arricchito, ignorante e manesco, vendicativo con la sua rete di conoscenze, col progettino sempre in tasca da sottoporre ai scimprusu del momento.
Finalmente decideva le sorti di un mondo.
"A quello gli mando la finanza e i barracelli, a quello gli faccio passare gli autotreni di fronte casa, a quello gli blocco il metano una volta costruito il gasdotto, a quello gli faccio rigare la macchina e a quell’altro gli faccio pagare una tassa per l’alliga impossibile".
Forse è vero quello che dice oggi Cletus dal carcere, che lui forse – sottolineava sempre il forse – non aveva mai avuto bisogno di quel circo massimo da gruttai.
Ma non aveva potuto opporsi. Era un imprinting al quale era impossibile resistere.
Il Cletus che era diventato indispensabile alla bisogna per un paio d’anni rimaneva pur sempre il capo dei pescatori di frodo della Secca di Pomata che erano rimasti l’unico punto fisso della sua vita (lo testimoniava su pani cun tamatiga sul tavolo vicino alle sbarre) nonostante le "amicizie" sventolate neanche troppo tempo fa ai 4 angoli dell’antica Solki ora S.Antioco.
La cosa peggiore è che Cletus il bifolco aveva sempre saputo tutto.
E aveva accettato tutto quelle pene senza dolersi dell’ipocrisia demagogica dell’uomoforte del momento, convinto che quella merda era pur sempre meglio dell’indifferenza o del nulla.

 

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Da qualche "mese" stiamo assistendo, da una parte al sacco di Sant’Antioco da parte dei vari lanzichenecchi antiochensi e dall’altra alle sollecitazioni televisive sul surriscaldamento del pianeta, sulla fine del petrolio, sull’assoluta necessità di cambiare registro e utilizzare le fonti rinnovabili.
Come l’ipocrita che si strazia non appena legge sui giornali la notizia shock di una catastrofe ecologica ma poi butta i sacchi dell’immondezza a su Pranu, fottendosene e ringraziando iddio del fatto che tanto siamo ben lontano dalle Filippine, ci si preoccupa dell’ambiente ma dobbiamo pur vivere al meglio.
E qui nel nostro sventurato paesello vivere vuol dire non edilizia con la testa ma speculazione e scempio ambientale e urbanstico senza criterio.
Chi mente allora?
Mente colui che pensa che tutti i cittadini abbiano assolutamente velati gli occhi da belle fette di prosciutto, mente colui che queste fette le porta con disinvoltura e non sa darsi risposte se non approfittandone nell’immediato.
Ricordate la bella campagna elettorale di qualcuno che con gli altoparlanti sulla motocarrozzetta cianciava di edilizia e spettacoli come se piovesse?
E quell’altro che invece non diceva mai nulla ma lasciava intendere che questo sacco di Sant’Antioco sarebbe continuato allegramente, tranquillizzando sia la schiera di imbecilli con un metro quadro di terra da lottizzare e quelli che imbecilli lo sono uguale ma solamente più furbi e con le mani in pasta?

Ora che il cittadino comune abbia altri cazzi da pensare non ci piove: quando mai infatti il cittadino ha pensato al domani o al dopodomani?

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Il FIOCCO ROSSO non è solo il simbolo mondiale della solidarietà verso le persone malate di AIDS, ma vuol essere anche il segno della vicinanza con i loro parenti o amici.
Certo è che questo fiocco non potrà impedire questa epidemia, ma il senso di questa iniziativa è di far riflettere le persone su un dramma spesso sottovalutato. O peggio dimenticato.
Purtroppo in mezzo alla gente le persone malate di HIV+ debbono tutt’ora nascondersi: il fiocco Rosso vuol trasmettere il messaggio SIAMO CON VOI!

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