Archivio Settembre 2007

Lo scrittore Ibrahim Nasrallah sabato 29 settembre, alle ore 11, presenta nella sala "I Sufeti" di Sant’Antioco il suo libro "Dentro la notte. Diario palestinese" pubblicato nella collana Ilisso Contemporanei. Scrittori del mondo.


Ibrahim Nasrallah, poeta e scrittore giordano, ha vinto numerosi premi letterari tra i quali il prestigioso "Sultan Aways" per la poesia nel 1997.

Nella sua vasta produzione, conosciuta e apprezzata anche in Occidente, questo romanzo, drammatica storia della Palestina rivissuta nel ricordo di due uomini, ha suscitato in Italia il vivo interesse dei lettori appassionati di letteratura araba e un’ importante attenzione da parte della critica.
L’opera è stata anche messa in scena dalla compagnia teatrale Alqantara di Napoli, in una pièce dal titolo omonimo che è rimasta in cartellone nei teatri della città partenopea per diverse settimane.
L’incontro con Ibrahim Nasrallah, voluto dalla Libreria "Cultura Popular" e dall’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina, sarà accompagnato dagli interventi di Wasim Dahmash docente di lingua e letteratura araba alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Cagliari e alla " Sapienza" di Roma e di Fawzi Ismail dell’Associazione Amicizia Sardegna – Palestina

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Passando davanti a un necrologio qualche giorno fa, sono rimasta colpita dalla specifica sotto il nome del compianto defunto, che così recitava: "Severo Implacabili – finanziere in pensione".
Mi ha colpito moltissimo il fatto che gli eredi di questo anziano signore abbiano voluto qualificarlo attraverso una professione che quando è morto nemmeno faceva più, anziché magari una dicitura più familiare, come "adorato padre" o "tenero nonno", quasi che in qualche modo il fatto che fosse un finanziere in pensione dicesse qualcosa di più attinente alla sua essenza.
Sembra incredibile che ci sia stato un tempo in cui l’identità della persona poteva coincidere con il suo mestiere.
Senza cadere in definizioni protomarxiste, è sicuramente vero che per molti decenni siamo veramente stati quello che facevamo, forse perché quello che facevamo era la stessa cosa per tutta la vita.
La gente si presentava con la qualifica professionale, in certi casi lo si scriveva persino sull’elenco telefonico: "ins. Bianca Lavagna".
In questa logica ha senso che il termine della vita lavorativa fosse interpretato come uno spartiacque esistenziale. Molti film tra gli anni sessanta e ottanta hanno immortalato il passaggio drammatico dalla vita lavorativa al periodo della pensione, vissuto come perdita di identità della persona, del suo senso nella società e qualche volta anche nel contesto familiare.
Indimenticabile per me il film drammatico "Fantozzi va in pensione", dove un profetico Paolo Villaggio raccontava l’alienazione dei colletti bianchi. Si passava bruscamente dall’essere "qualcuno" all’essere "qualcuno in pensione", ma il fatto di avere svolto una determinata professione continuava a dire chi eri anche nel momento in cui non la svolgevi più.
"Pensionato" era una qualifica densa di malinconica inutilità, a dispetto di tutti quelli che battendo la pacca sulla spalla dicevano, non credendoci: "Vedrai che adesso curi l’orto e fai quello che ti piace!", quando magari quello che ti piaceva era fare il finanziere ("…è pieno de matti…", direbbe Max Giusti).
Oggi dare a qualcuno del pensionato ha più il sapore di un amaro e privilegiato status symbol, visto che ci siamo rassegnati al fatto che non si tratterà automaticamente del destino di tutti.
Al di là delle previsioni previdenziali del futuro che è anche mio, non ho potuto fare a meno di considerare che oggi questa trappola dell’identificazione con un qualsiasi fare non è più possibile, non può più scattare con lo stesso automatismo.
Le persone della mia generazione molto di rado potranno autodefinirsi con quel che fanno, perché è probabile che nell’arco della vita lavorativa svolgano un sacco di mestieri diversi.
Nessuno si presenta più con il titolo professionale, elemento troppo fluttuante per affidargli l’identità. Incauto scrivere sui documenti personali che sei un impiegato amministrativo, quando un anno dopo potresti dover cambiare la dicitura con un’altra qualifica, non necessariamente attinente.
La famigerata "deformazione professionale" assume i contorni di una patologia multiforme, tanto più inquietante quanto più sono numerose e diverse le mansioni svolte negli anni.
In un modo un po’ troppo sbrigativo questo stato di cose si definisce precariato (o flessibilità, a seconda del grado di ipocrisia di chi parla) e costringe tutti quelli che lo vivono a cercare altri luoghi che non siano quelli professionali per definire la propria identità profonda.
Credo che questo sia uno dei pochissimi aspetti positivi di questa instabilità: in parte perché nemmeno quarantanni fa io avrei voluto essere definita attraverso la mia professione, in parte perché il riconoscimento di quello che si è passa molto più facilmente attraverso gli affetti privati, spesso più stabili laddove è più precaria la situazione professionale.
L’ambito familiare, quello sentimentale e quello dell’amicizia restano gli ultimi baluardi di resistenza dove è possibile ancorare l’idea di sé stessi senza rischiare che il precariato arrivi fino all’anima, destabilizzandola.
Va da sé che queste oasi di resistenza alla deriva identitaria vadano difese con scaltrezza da tutti i tentativi di mutuarne impropriamente la struttura e i registri comunicativi. Diffido naturalmente, per diretta esperienza, di qualunque datore di lavoro che mi dica che la sua azienda è una "grande famiglia".
Mi si rizza il pelo in testa quando il lessico degli affetti entra di prepotenza nei discorsi professionali, sotto forma di "fedeltà" all’azienda, di "fidelizzazione" della clientela, di "appartenenza" aziendale. La fedeltà la giurerò solo a mio marito davanti all’altare, chiunque altro se la aspetti andrà incontro a disillusioni precoci.
Si può essere ottimi lavoratori senza necessariamente pensare che il datore di lavoro sia un secondo padre o i colleghi ti siano fratelli.
Per conto mio ho già una famiglia piuttosto ingombrante, vedermela gemmata sul luogo di lavoro non è esattamente la mia idea di professionalità realizzata. Le dinamiche dei rapporti professionali non hanno nulla a che vedere con quelle dei rapporti familiari: non sono improntate alla stessa gratuità, non possono usufruire della stessa cura e degli stessi spazi, tempi e attenzioni. Usare e permettere che altri usino il linguaggio dell’intimità per definire rapporti che sono basati su altre logiche apre la strada agli abusi, alle richieste indebite, alle pretese assurde in un contesto di reciproci interessi, legittime solo nei reciproci affetti.
Non sono quel che faccio.
Forse sono quel che amo.
Molto più probabilmente quel che odio.


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L’unico stridente contrasto emerso dalla caciara del consiglio comunale del 18 settembre – giorno del Vampiredda Day – non è quello sulla bravura dialettica di qualcuno e la insipienza della Giunta.
Quello che emerge agli occhi di un lavoratore senza stipendio è ben altro perché quelli sono soldi in grande ritardo faticosamente lavorati.
La questione sin qui sottovalutata sullo scandalo Centro Diurno è che esso non tratta di piccoli ritardi inconsapevoli dei pagamenti da parte dell’Amministrazione Comunale di Corongiu – come è stato cautamente abbozzato da giornalisti e televisioni locali – ma della dolosa chiusura di un importante servizio dal gran risvolto umanitario.
Non voglio arrivare a sostenere in toto la politica di Benito Mussolini sul giorno da leone e i cento anni da pecora, però mi chiedo e chiedo a giornalisti tv e stampa: quanto sarà mai questo ricatto, quanto sarà mai potente il condizionamento sull’evitare di schierarsi e denunciare una cosa giusta, un sopruso subito?
Qual’è il condizionamento subito?
La paura di perdere visibilità?
Il voler stare tranquilli e non volere problemi?
Volete seguire il vento?
Volete fare le persone obbiettive solo per non calpestare i piedi al potente di turno?
Perchè quando c’è da sbattere il mostro in prima pagina vi mettete questi problemi?
Salvo poi il trafiletto di rettifica.
Invece il grande coraggio di esporsi e dire basta a quello che agli occhi di tutti era il classico sopruso mascherato da errori tecnici, fatture, cavilli di convenzioni e numeri, lo hanno avuto le educatrici del centro diurno che hanno perso il lavoro e tutti i lavoratori delle cooperative sociali.
Finalmente si smentisce Mussolini e la sua statica frase, grazie ad un’azione "in progress" degli operatori, sul fatto che si può vivere un giorno da leoni e anche i successivi.
Non temete ora scatteranno controlli, richieste di prestazioni, test di gradimento e qualità per cercare di farvi le pulci al lavoro (su truffe, minacce di querele, stipendi e tutto il resto son bodette e non meritano commenti) però, dicevo, che aver preso coraggio per quel famoso giorno da leoni vi espone sicuramente ma sopratutto espone anche i vostri "avversari" al pubblico giudizio verso il loro agire.
Bravi, da questo momento in poi ogni azione verso di voi, positiva o negativa si farà con legittimità e sotto gli occhi di tutti e le garanzie per il vostro lavoro e sulla sua qualità non saranno alla mercé dei delatori.
Ma ahimè l’altro contrasto che emerge stridente è quella che i disabili come me in generale sono esposti a puri conti in partita doppia, a fredde frasi di circostanza e contabili, alla frase "non ci sono soldi", alla frase "decido io… sono un assessore" nemmeno l’avessero incoronata vice-dio.
Una stridente realtà che non mi stupisce affatto quando ormai, da anni, hai perso ogni fiducia nel fatto che un amministratore possa diventare quello che nel codice civile, è uno che amministra con la cura del buon padre di famiglia.
Quel padre di famiglia che usa contarsi lo stipendio e le spese ma che fa anche scelte d’amore e di rinuncia.
Ma allora c’è da aspettarsi che in un futuro prossimo o lontano, tutto sarà organizzato da bilanci, soldi, spese, un luogo sterile di automazione, un viaggio verso il controllo della Macchina.
Mi vengono in mente i libri di E.M. Forster, dove un gruppo di operatori svolge un dovere e un disabile lo vive, lo subisce, gli sopravvive perché la tecnica non prevede il sentimento e l’umanità.
Per il momento ho imparato ( e non parlo al plurale come fa qualcuno) che da domani l’antiochense medio basso sentenzierà su procedure amministrative, contratti, stipendi, fatture, scorpori di Iva e calcoli sopra e sotto il cento secondo i sacri dettami delle bodette sentite dall’amico dell’amico del supporter corongiano.
Con il medesimo metro di giudizio non ritengo si debba sentenziare contro scelte obbligate dell’amministrazione Corongiu (come quelle messe in evidenza dell’uomonero nel precedente articolo col corsivo).
E ancora il dramma di sentir pronunciare dagli antiochensi medi-alti-bassi, sentenze su cose molto difficili: cazzo ma non riuscite neppure a fare la differenziata, e quando la fate invece di andare a Su Pranu o a Maladroxia ai cassonetti come fanno i furbi, fate direttamente i gruttai abbandonando tutto nel Parco Giardino, nella statale 126 e in altre strade meno in vista e in consiglio assentite alle cazzate sentite dai vostri amministratori e vi mettete a boffonchiare su fatture, pianificazione e necessità di risparmiare quei soldi perchè dicono che la Cooperativa falsificherebbe bilanci manco fossero Fiorani!
E io come faccio a non disilludermi e a non essere altro che astioso, altro che arrabbiato e che se diventassi assessore potrei anche avere la tentazione di fare lo Sceriffo, di fare l’assessora-che-ci-libera-dal-male-amen: ditemi come potrei non essere così?
Potrei, tranquilli certo che potrei, altrimenti sarebbero cento anni da pecora, senza dignità, perché nella mia disillusione è sufficiente che lo sappia io di avere dignità, quella dignità di andare a governare e usare la cura del buon padre di famiglia, evitare le tentazioni, anche se nessuno dovesse apprezzarmi in questo mondo antiochense di merda.
Sono molto antidemocratico se dico che per me non conta la maggioranza?
No, perché in questo caso non conta il pensiero della maggioranza superficiale che se diversamente imbeccata non sarebbe a questo livello.
E’ democrazia invece rispettare tutti i diritti e insegnare a costo di perdere consensi che ci sono grandi grandi doveri e grandi responsabilità.
Ma purtroppo sappiamo bene che qualcuno non crede che io, Lamù, Conan, l’uomonero e tanti ben intenzionati si possano fare le cose per sentimento o per senso civico, che c’è sempre qualcuno che pensa che dietro c’è qualcosa di losco, c’è sempre dietro una furberia, uno stipendio, un contrattino, un posto in cooperativa da scroccare.
C’è sempre dietro un interesse perché chi ti butta questa cacca addosso è fatto così e non vuole che altri siano diversi da lui, si vuole sentire pecora in mezzo alle pecore, vuole sopprimere le pietre di paragone per non sentirsi a disagio.
Pure io ho avuto dei pregiudizi su Luca e sull’interrogazione da lui promossa, ricordate?
Ma allora perché santificare Gianni Locci e non avere dubbi pure su di lui?
Ma poi Luca l’ho conosciuto e se mollassimo i pregiudizi, la nostra puzza sotto il naso, il nostro ritenere che quello è un "aprofittatore" e l’altro è togo, che quello è stupido e l’altro figo, se mollassimo questa idea autoreferenziale di quello che non siamo, allora conosceremmo più persone in gamba ed egoisticamente potremmo averne vantaggi.
Ci si potrebbe dedicare a battaglie civili gratis che migliorano la vita di tutti perché non serve essere ricchi e blindati in casa e forse per una volta nella nostra vita sceglieremmo la ragione e non la maggioranza del prepotente.
Questa è una società molto più vanitosa e invidiosa delle altre, anche cattiva se vogliamo, tanto che la battuta a sfondo psichiatrico "Giorgio Testa è il Sindaco che ci vuole" è sacrosanta.
E chiedo a queste persone malpensanti: ma cosa state inseguendo nella vita?
Un semplice sfogo di frustrazioni, manie di possesso e arricchimento al fine ad ostentare?
Bravi avete espresso una maggioranza che vi rappresenta ma vorrei poter dire liberamente al rappresentante di questo genere di visione che scrive nel blog: "E bai ki sesi scimpru!".

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In vista di un fine piu’ alto probabilmente e’ stato necessario che gli operatori sociali di S.Antioco (che potete vedere nelle foto mentre picchettano l’ufficio dei servizi sociali di S.Antioco, ma in realtà ne mancano una dozzina) rimanessero per quasi 3 mesi senza stipendio e che le educatrici del Centro Diurno venissero licenziate.
C’è voluta infatti la spiacevole e gratuita vicenda sul Centro Diurno per, finalmente, pre-occuparci e farci forza comune, ognuno secondo possibilità e mezzi, prendersi carico ciascuno del problema dell’altro e conseguentemente fare un favore anche a se stessi e al Paese.
Andare, manifestare e forse vincere a fronte di un palese abuso subito.
Ma il consiglio comunale di ieri e’ stato molto utile – e per questo prima ho parlato della sofferenza di pochi a fronte della redenzione di molti e non me ne vogliano gli amici operatori – anche perché ha svelato soprattutto l’intima essenza di questa amministrazione comunale.
Non avevo le prove provate ma ora son certo che i signori del gruppo Impegno sono amministratori senza cuore e capacita’ di provare empatia.

Se non verso lottizzazioni o aumenti di volumetrie.

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La Regione Autonoma della Sardegna ha indetto le due gare d’appalto (tre se contiamo anche quelle della Carbosulcis) per la riqualificazione delle aree dismesse delle società Palmas Cave Srl in liquidazione (113 ettari in località Su monte de su Sennori, comune di Sant’Antioco), Seamag (ex Sardamag) in liquidazione (14 ettari in località Ponti, sempre a Sant’Antioco).
I due compendi immobiliari, considerati di particolare interesse paesaggistico, saranno affittati per cinquant’anni, allo scopo di valorizzarli sotto i profili economico, turistico, naturalistico e ricettivo.

Le gare si svolgeranno secondo le regole previste per le procedure aperte, in un’unica fase, e saranno aggiudicate all’offerta economicamente più vantaggiosa.

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 La tempesta è alle spalle
Non dite che non vi avevo avvertito per tempo.

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Il giorno 29 settembre si terrà a Sant’Antioco un Seminario/Incontro sulla "Psicologia del Turismo e del turista", tenuto dal dott. Alessandro Mereu, Psicologo del Turismo.

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Al Sindaco del Comune di S.Antioco

Oggetto: interrogazione del Gruppo Consiliare Sant’Antioco Nostra! sulla risoluzione del contratto per il Servizio Centro Socio Educativo Diurno disabili motori e cognitivi.

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Il protagonista del nostro articolo, che non ha certo la sensibilità del giovane Holden, ricorda in malo modo i dialoghi di un libro e li adatta a suo piacimento per dialogare con qualcuno su un problema sorto ultimamente nel suo paese e chiede al suo interlocutore che fine facciano certe cose:

- "Dove vanno chi?"
- "I rifiuti, dico. Lei lo sa, per caso? Voglio dire: vanno a prenderli con un camion, li portano via e li portano a vattelappesca oppure volano via da soli, verso sud o a vattelappesca?"

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