Archivio Luglio 2007

Attenzione: questo articolo contiene qualcosa di sinistra, elementi di mistica del precariato e incitamento alla violenza. Se ne sconsiglia la lettura agli iscritti a Forza Italia, agli ammiratori di Margaret Tatcher, a chi pensa che Montezemolo dovrebbe scendere in politica.
 
Il lavoro umano è indivisibile da chi lo compie, perché è una espressione fondamentale dell’identità del lavoratore.
Non è frutto solo di un fare, ma anche di un precedente saper fare, di un voler fare, di una contestuale attenzione, del senso di responsabilità, del tempo, della cura, della passione, del genio umano a qualunque livello lo si consideri. Ogni lavoro è diverso anche quando è lo stesso lavoro, perché i lavoratori sono tutti diversi e nello svolgere quel mestiere mettono in campo elementi personali ai quali non è possibile attribuire un valore economico che non sia puramente simbolico.
Per questa sua natura di espressione dell’identità umana irripetibile, il lavoro è strettamente collegato agli altri aspetti della vita del singolo lavoratore: gli affetti, i legami familiari, la salute, l’istruzione, il tempo libero. Ecco perchè i contratti di lavoro nazionali prevedono che la salute sia tutelata, che le ferie e i periodi di aggiornamento professionale siano riconosciuti, che la malattia sia coperta, che l’assenza per gravidanza e i congedi per altri fatti personali siano economicamente sostenuti: si è recepito come vero il fatto che ciascuno di questi aspetti influenza in modo determinante la qualità del lavoro e la possibilità stessa di svolgerlo al meglio.

Perciò chi legifera sulle norme che regolano i contratti di lavoro deve restare consapevole di stare agendo in maniera diretta su tutti gli altri ambiti vitali delle persone che faranno quel lavoro.

Ma se chi legifera non ha questa concezione del lavoro, e lo considera una merce o un elemento puramente funzionale alla produzione alla stregua di un macchinario o di una partita di materia prima, è praticamente automatico che gli aspetti collegati al lavoro non vengano più considerati interdipendenti, ma siano visti come elementi del tutto estranei al suo svolgimento, quando non veri e propri impedimenti al processo produttivo.
In questa logica ammalarsi rende il lavoratore inservibile e quindi sostituibile, se è donna fare un figlio lo rende inabile, le ferie sono un fatto personale che non riguarda le aziende per cui la persona lavora, il tempo libero viene concesso nella misura in cui l’azienda può privarsi del suo apporto in quel momento, a prescindere da quanto bisogno abbia lui di riposare o di stare con i suoi. Se il lavoro è una merce, tutto quello che è collegato al lavoro diventa un costo di produzione, e in ambito aziendale ridurre i costi di produzione è indispensabile per rendere il soggetto competitivo sul mercato. Anche se questi costi si chiamano diritti.
E’ secondo quest’ultima disumana concezione che è stata concepita la legge Biagi. Ed è secondo questa ultima concezione che va ridefinita la precarietà.
Precario è qualunque mestiere che abbia condizioni contrattuali tali da ledere in modo duraturo la vivibilità degli altri ambiti collegati alla vita del lavoratore.

Tra queste condizioni negative, la durata limitata non è nemmeno quella che incide maggiormente: conta molto di più la remunerazione, che ammortizzerebbe di molto il rischio di non vedersi rinnovato il contratto. Ma la remunerazione in un contratto a progetto è spesso bassissima rispetto alla prestazione, perché non è collegata al tempo effettivo di lavoro.
E’ collegata a risultati sul cui raggiungimento il lavoratore ha una capacità molto relativa di incidere, perché non è un libero professionista e le scelte organizzative che devono condurre al risultato in realtà non dipendono affatto da lui. E’ perciò una menzogna che si sia remunerati in base al merito, è vero invece che si viene costretti ad assumersi il rischio di impresa senza averne i vantaggi.

Forse queste ultime cose il tatcheriano Giuliano Cazzòla che mi hanno messo accanto l’altro giorno alla Rai non le sapeva. (qui c’è la puntata di Uno Mattina a cui mi riferisco)

Non le sapeva anche se è un economista, anche se è stato sindacalista, anche se era il migliore amico di Biagi, anche se fa il suggeritore tecnico ai governi.
Voglio pensare che non le sapesse.

Perché se sai queste cose, davanti a una donna di 36 anni che come ricercatrice prende 1200 euro all’anno in attesa di un concorso, non dici cose come: «è normale che all’inizio si mangi pane e cipolla». E cazzi suoi se alla soglia dei quarantanni non può fare un figlio ne sposarsi, e si sente dire che è all’inizio alla stessa età in cui tu già avevi cattedra.

Se sai queste cose, davanti a una telefonista che fa lo stesso mestiere da nove anni con un rinnovo di tre mesi in tre mesi, non dici cose come: «però intanto per nove anni hai mangiato, non è che sei stata disoccupata». E pazienza se fare un lavoro stabile con un contratto instabile significa vivere ancora con i genitori a trentanni, cosa che scommetto non capita ai tuoi fortunati figli.

Se sai queste cose, non dici che il fatto che i call center siano pieni di laureati è colpa dei laureati che hanno studiato cose che non servivano al mercato del lavoro, e che quelle sono scelte. Bastava fare i telefonisti da subito, bastava non studiare.

Se sai queste cose, non ti rivolgi a me dicendo enormità come: «basta con questa mistica del precariato che sta rovinando i giovani: dobbiamo smettere di pensare che le esigenze della produzione debbano essere costruite su quelle della vita».

Cosa mi sono persa? Non ci volevate fare credere proprio questo con la Biagi, e la chiamavate flessibilità? Non ci voleva molto a capire che l’unica cosa flessibile alla fine saremmo stati noi, piegati a novanta gradi davanti alle esigenze di una produzione in piena erezione, pardon, sviluppo.

E Giuliano Cazzòla, vistosamente irritato dalla mia "mistica del precariato", mi incalza: qual è l’alternativa?
Signor economista, l’alternativa è tornare a considerare il lavoro come espressione fondamentale dell’identità umana, tornare a fare leggi che non lo trattino come una merce deperibile, da dove sparisca le espressioni "mercato del lavoro" e "risorse umane" e dove l’uomo venga considerato nuovamente come più importante di quello che produce.

E forse aiuterebbe anche che si dia un bel metaforico calcio nel culo a tutta questa gente così ansiosa di migliorare la produzione a spese del nostro futuro.

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Michela Murgia è una giovane – chiedo venia a M. per l’orrenda, abusatissima semplificazione – scrittrice di Cabras in provincia di Oristano.
Per orrore a quella semplificazione di cui sopra vorrei tacere (anche per per galanteria) l’età della Ns. ma poiché mi è parso di scorgere dal carteggio virtuale intrapreso con lei notevole sense of humour e auto-ironia spiattello agli antiochensi connessi via etere che ha 35 anni.
Dovessi calarmi dentro le braghe di un critico serioso e pedante come Philippe Daverio di lei direi in maniera un po’ pomposa, con la erre moscia d’ordinanza che "…ella è una delle piu’ promettenti scrittrici della nouvelle vague letteraria sarda".
Avete presente i Fois, i Todde, i Soriga, le Agus etc…?
Beh la nostra Michela ha tutte le carte in regola per stare ritta in piedi – ma va bene anche appena defilata credo – senza arrossire, di fronte a questi talentuosi della scrittura.
Michela ha scritto un libro-diario agile, graffiante ma intelligentissimo intitolato "IL MONDO DEVE SAPERE" (Isbn Edizioni) dove parla della sua esperienza in un call center e dell’universo straniante e senza prospettiva dei contratti a progetto, replicati in maniera compulsiva-ossessiva.
Il libro ha avuto tale successo di critica e pubblico che sono stati tratti rispettivamente:
1) un’opera teatrale di David Emmer dal titolo omonimo;
2) un film di Virzi dal titolo "TUTTA LA VITA DAVANTI" con attori di talento come..ehmm…Sabrinona Ferilli e Valerio Mastrandrea (ndUN: Michè ma almeno di sei fatta pagare le royalties profumatamente?).

La nostra Michela scrive pure per Panorama, Marie Claire, Diario, Formiche e il Messaggero.
E per oggi, ma non solo per oggi come mi ha promesso solennemente, scrivera’ anche per gli amici del Blog dell’Uomo Nero.
Se volete scambiarci due parole o solo ascoltare cosa ha da dirci sul tema della "flessibilità&precariato" sappiate che sarà nella nostra S.Antioco sabato 4 agosto in via Solferino, alle ore 21.30 in compagnia di ANDREA BAJANI autore quest’ultimo di quell’altro piccolo gioiellino di intelligenza sociale intitolato "MI SPEZZO MA NON M’IMPIEGO" (Einaudi): moderera’ la serata NINO ONNIS che non è certo uno dei simpatici giullari della Pola ma un ironicissimo scrittore sardo.
Il tema della serata letteraria sarà "UN MILIONE DI POSTI DI LAVORO" che come tutti voi ben ricorderete era il titolo di una delle piu’ famose barzellette, datata 2001, del comico di Arcore.

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Credo che tutte le volte che ho avuto voglia di scappare da questo bellissimo ma avvilente paese da 12 mila abitanti sarebbe significato che avrei avuto voglia di scappare da me stesso…

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Passata la "sbornia elettorale", le condizioni in cui versa il nostro Paese ci impongono un atteggiamento costruttivo e attento nei confronti del nuovo governo cittadino. I detrattori del sindaco Corongiu, quando si augurano che le cose vadano male per la giunta comunale appena insediata, sono simili a quel marito che per punire l’infedeltà della moglie si taglia gli attributi.
Speriamo, invece, di incontrarci tutti fra 5 anni per discutere delle cose che si sarebbero potute fare meglio e non per farci il sangue amaro nel constatare che i nodi che attanagliano Sant’Antioco non sono ancora stati sciolti. Speriamo di incontrarci fra 5 anni coscienti di vivere in un paese migliore.
Questo è l’augurio più grande che posso fare al sindaco Corongiu e ai miei concittadini tutti.
Questo mio "appello civico", badate bene, non è un modo per auspicare "flirts bipartisan" portatori di "patti di non belligeranza" tra le forze politiche in campo. La maggioranza di governo non si deve aspettare di essere aiutata ma di essere stimolata da una opposizione attenta nel rilevare ipotetici errori di prospettiva.
Credo che questo sia anche il compito che dovranno svolgere quel 70% di cittadini che non hanno votato per la lista "Impegno…".
Per tutti i motivi di cui sopra mi sento obbligato a dare il mio apporto alla discussione che si sta tenendo in questi giorni relativa la riqualificazione dell’attuale porto commerciale di Sant’Antioco, ed in particolare mi riferirò alle affermazioni fatte dal neo assessore ai lavori pubblici, l‘ing. Antonio Pittau, pubblicate sull’ Unione Sarda mercoledì 11 luglio. L’ ing. Pittau ha espresso in quella occasione l’intenzione della nuova amministrazione comunale di adibire parte degli edifici della ex Baroid a museo industriale.
Sinceramente non capisco su quali presupposti economico-culturali si basi un simile indirizzo amministrativo considerando il fatto che ormai da diversi anni le posizioni assunte dagli enti competenti in materia, tendono a razionalizzare l’offerta museale territoriale inserendola in un "sistema" al quale abbiamo difficoltà ad accedere addirittura con il nostro museo archeologico "Ferruccio Barreca".
La materia è lunga e ricca di sfumature e farò il possibile per poterla affrontare in maniera sintetica ed esaustiva. Rimando al sito della Regione Sardegna quanti vogliano approfondire l’argomento.
Partiamo, intanto, da un dato. Le regioni in questi ultimi anni, grazie ad una serie di novità dal punto di vista legislativo, hanno assunto un ruolo più attivo e determinante che in passato nella gestione del bene culturale.
La Regione Sardegna in virtù di ciò si è adoperata per la creazione di un "Sistema Regionale dei musei" basato su un "piano di razionalizzazione e sviluppo" teso, per l’appunto, a pianificare gli interventi contributivi. Il documento, che si può scaricare per intero dal sito della Regione, è chiaro riguardo le linee d’indirizzo assunte dall’ente. Nella parte nella quale si trattano gli "orientamenti della politica regionale sui musei", analizzato il contesto museale della Sardegna, preso atto di una offerta fortemente frammentata e ripetitiva , si legge: " Le cause di questa intensa proliferazione di musei sono da rintracciare [...] in una malintesa idea della profittabilità economica [...] del patrimonio culturale e nel ricorso, da parte di molte amministrazioni, dell’edilizia museale in funzione di ammortizzatore sociale, responsabile, quest’ultimo di una tendenza al recupero di immobili storici dimessi, che, restaurati [...] sono stati talvolta trasformati in contenitori vuoti, di cui si sono sottovalutati gli oneri di gestione [...] ".

Tutto ciò, naturalmente, ha determinato la "mancanza di una equilibrata distribuzione territoriale dei musei", mancanza alla quale la Regione sta cercando di porre rimedio con tutta una serie di iniziative che non starò qui ad elencare ma che, in buona sostanza, portano ad un notevole ridimensionamento dei finanziamenti per quelle istituzioni museali che non rientrano nei parametri indicati dall’ente.

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Piano piano si scoprono nuove funzionalità di ‘sta nuova piattaforma di Tiscali.

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Il programma di politica ambientale promosso nel 1998 dall’allora ministro per l’ambiente della Germania Angela Merkel (CDU) si era posto l’obbiettivo di disgiungere in modo duraturo lo sviluppo economico dall’inurbamento e poneva per la prima volta un target quantitativo di riduzione dell’occupazione di suolo a fini urbani.
Il successivo governo tedesco, sostenuto da una coalizione di socialisti e verdi, ha ripreso nelle proprie politiche ambientali l’obiettivo di riduzione dell’occupazione di suolo a fini urbani formulato alla fine degli anni Novanta da un governo di colore opposto. Come molte delle politiche legate all’ambiente e allo sviluppo urbano, anche la regolazione degli usi del suolo si configura, in Germania, come una politica sostanzialmente condivisa da tutti gli schieramenti.
La Commissione Europea con una comunicazione del settembre 2006 stabilisce una serie di punti fermi nell’intento di rafforzare considerevolmente la politica europea di difesa dell’integrità del suolo, considerato "risorsa essenzialmente non rinnovabile" e "sistema molto dinamico, che svolge numerose funzioni e fornisce servizi essenziali per le attività umane e la sopravvivenza degli ecosistemi".
Anche in Sardegna la politica urbanistica di questi ultimi anni avviata dal governatore Soru si muove nella direzione suggerita dall’Europa; ciò che manca nella nostra regione è la condivisione di queste scelte da parte di tutte le forze politiche.
L’Europa è ancora considerata da molti come un’entità astratta dalla quale attingere finanziamenti, che diventa un "ostacolo allo sviluppo" nel momento in cui sollecita l’applicazione delle regole e delle norme comunitarie – sia che richiamino al rispetto in materia di concorrenza e di libero mercato o in materia di sviluppo sostenibile e di adeguamento al protocollo di Kyoto.
Esiste nella nostra isola una forte contrapposizione sui temi ambientali e di tutela del territorio tra le forze politiche appartenenti ai diversi schieramenti, e le scomposte campagne anti Soru lanciate dal centro destra rappresentano essenzialmente una forma di intolleranza contro qualsiasi norma che tende a regolamentare l’uso selvaggio di beni comune, in particolare il territorio, il paesaggio e l’ambiente. Se poi spostiamo il confronto a livello locale verifichiamo che l’appartenenza allo schieramento di centro destra è fortemente condizionata dagli interessi diretti in materia edilizia o di intermediazione immobiliare.
Esiste ancora una classe politica che confonde il sostenibile col sopportabile ed è disposta a sacrificare il futuro della propria terra e quello dei propri figli in cambio di un uno sviluppo a breve termine o peggio ancora in cambio di un immediato vantaggio personale.

Alla fine del secolo scorso, mentre in Germania si cercava un rimedio all’eccessivo consumo di territorio, e mentre l’Europa richiedeva ai paesi membri un maggior interesse ai temi ambientali, a Sant’Antioco si programmava di dare una risposta alla crisi economica dell’isola attraverso la predisposizione di un Piano Urbanistico Comunale basato essenzialmente sul consumo del suolo e sulla trasformazione del territorio e del paesaggio: rispetto ad una popolazione residente di 11.830 abitanti, ed in presenza di un progressivo decremento demografico, il PUC del comune di Sant’Antioco prevede le realizzazione di volumi per 35 mila abitanti nel centro urbano e di 16 mila (corrispondenti a quasi un milione di mc di cemento) nella fascia costiera per un totale di 51 mila abitanti.
Complessivamente nell’isola di Sant’Antioco pur essendo presente una popolazione residente di poco superiore alle 14 mila unità (abitanti di Sant’Antioco e Calasetta) sono previsti volumi per oltre 80 mila abitanti!

Senza contare i volumi realizzati a fini turistici nelle zone agricole. Un risultato disastroso frutto di leggi e norme urbanistiche regionali eccessivamente permissive per le isole minori rispetto alle norme di tutela applicate al resto della Sardegna.
Grazie a questo PUC negli anni 2003-2006 sono stati realizzati a Sant’Antioco volumi stimati per ospitare 2.350 abitanti, e attualmente in Comune giacciono richieste per 700.000 mc equivalenti a oltre 10.000 nuovi abitanti.
Insomma, negli ultimi 3 anni nell’isola di Sant’Antioco è sorto un paese più grande di Masainas, senza che nessuno se ne accorgesse!
Non se ne sono accorti gli imprenditori locali (neppure le imprese edili), non se ne sono accorti i disoccupati (sono aumentati del 3% in 5 anni), mentre l’emigrazione giovanile è rimasta pressoché costante, a fronte di un decremento demografico di alcune centinaia di unità annue.
In definitiva, la risposta data alla crisi economica è stata inefficace e dannosa. Anzi essa è servita a compromettere le ipotesi di sviluppo futuro attraverso un consumo di risorse (anche quelle edificatorie) eccessivamente ristretto nel tempo e a falsare il mercato immobiliare. In questi anni si è creata una bolla speculativa che ha drogato Il mercato edilizio e il suo indotto (le imprese locali non sono più concorrenziali e perdono sempre più competitività).
Nascono e scompaiono società immobiliari, di costruzione, di intermediazione e nel loro disastroso percorso senza regole trascinano anche le piccole imprese del territorio.
In questi 3 anni in pochi si sono arricchiti e la comunità si è impoverita ancora di più.
Le affermazioni di Soru nell’intervista rilasciata a Goffredo Fofi la scorsa estate sono attualissime e sembrano pronunciate guardando la situazione dell’isola di Sant’Antioco: "l’edilizia non porta lavoro duraturo, ma ogni giorno consuma una fetta nuova di ambiente e non è mai paga … il giorno successivo un’altra ancora e così via, all’infinito e … ultimata una casa bisogna costruirne un’altra e un’altra ancora … e via distruggendo".
Un’altra considerazione va fatta sulla qualità del costruito: si è costruito tanto eppure non si è risolto il problema abitativo dei residenti – sempre più poveri e sempre meno competitivi su un mercato aperto ai più facoltosi "continentali" – e inoltre nell’isola manca quasi del tutto la ricettività alberghiera.
L’unico elemento positivo riguarda la realizzazione di un’Ostello della Gioventù, mai entrato in funzione, e alcuni alberghetti sorti nel centro urbano grazie a una norma-incentivo approvata dall’amministrazione di sinistra che ha governato Sant’Antioco negli anni 1984-1990 – va detto per inciso che una sola di queste piccole strutture ricettive garantisce più occupazione di tutti i villaggi turistici costruiti sulle coste negli 1960-1980.
Manca comunque una significativa ricettività alberghiera che consenta di lanciare l’isola nel mercato del turismo.
In un’isola minore la soluzione più razionale consiste nell’individuare aree per servizi (alberghi, strutture a rotazione d’uso etc…) in prossimità del centro urbano consolidato e nelle aree già degradate da precedenti attività e quindi da recuperare.
A Sant’Antioco queste aree esistono, i bandi internazionali per il recupero e la riqualificazione dei siti ex Sardamag ed ex Palmas Cave sono in itinere, e sarà su questi temi che si giocherà la credibilità la nuova amministrazione comunale e il futuro rilancio economico dell’isola.
Articolo di Graziano Bullegas per la rivista LACANAS

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Vorrei fare un appello al comune di Sant’antioco, Sindaco e Assessore competente.

Ho mantenuto dal 1 Giugno per circa due settimane 10 bustoni contenenti vetro plastica e carta sicura che la raccolta differenziata sarebbe stata imminente. Ho provveduto a ritirare i raccoglitori e a pianificarmi il tutto per adempiere al meglio al mio dovere da cittadina.
Nel paese sono stati tolti (giustamente) i vari cassonetti della carta/plastica/vetro.
Adesso è già passato più di un mese e della raccolta non si sa più nulla. Nessuno ne parla.
Non sono a conoscenza del motivo che ha portato a ritardare la raccolta ma almeno non si potrebbero rimettere i vecchi cassonetti provvisoriamente? o almeno far sapere alla popolazione che cosa si sta facendo o cosa c’è in programma? Partirà entro Luglio? Si farà entro l’estate?
Perchè mi fa una rabbia buttare la plastica col vetro e la carta tutto insieme.

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Quanti anni sono che una notizia bomba, urlata alla maniera di Mentana dai Tg, dagli approfondimenti di Santoro, dai talk show, dai giornali, ci tiene distratti come se fosse il problema del secolo? La trovi tra un gioco a premi, una pubblicità tormentone, una soubrette di turno e una finanziaria sulle pensioni.
Un po’ di news tra un clima incerto e qualche pedofilo ed il mix è pronto.
Ebbene quanti anni sono? Beh, quanti anni avete?
Dite il numero e avrete la risposta.
Chi ha più anni non vince nulla se non la possibilità di avere più esperienza e questa volta il politico di turno non lo frega più con la soluzione geniale o la promessa facile.
Ma questa volta farò la scelta giusta!
Sarà!
Se però se ci proiettassimo avanti nel tempo, esulassimo dalla realtà (verità?) che ci circonda e venissimo improvvisamente da un altro pianeta, vedremmo che anche questa volta siamo rimasti vittime del tormentone di turno.
Per anni ci ha perseguitato un porto industriale per lo sviluppo del paese, un’industria, l’inquinamento della stessa, quando un tunnel od un porticciolo turistico, quando una Palmas Cave o il rilancio turistico. Gira e rigira attorno alle stesse cose, senza pragmatismo, senza memoria storica, senza soluzioni solo per parlare, solo per far carriera politica, salire gradini, crearsi clientele, crearsi l’impero e lo stuolo di veri nullafacenti mantenuti che vivono di favori come se li meritassero.
Il biasimo per questa situazione fatelo voi, io invece vorrei parlare di ciò che sta attorno a tutto, vorrei parlare di quello stuolo, di quella famosa società (comunità) benpensante che aspetta soluzioni, quella che giudica, quella che vota, quella che le regole vanno rispettate, quella che annuisce alla lettura del Vangelo, quella dell’"Impegno…", quella che il tutto vale solamente per gli altri, quella che applaude.
Parlo della società dove il politico sguazza ma anche quella da dove il politico proviene.
Colui che viene fuori da questo contesto è solo il più "audace" della massa, non quello capace.
Esattamente come nei gruppi scolastici.
Emerge quello che capisce la massa che oggi sempre di più si muove a tempo come nel nuoto sincronizzato o in un latino-americano: una massa tranquilla in un recinto sicuro o nella placenta ma isterica e consapevole di contare poco. Una massa che sogna di emergere, di diventare famosa, di vendicarsi di qualcuno, di superare qualcun altro, di imporsi per sfogare repressioni cercando tutte le strategie possibili in cerca di una continua giustificazione, benedizione o confessione per espiare.
E da un po’ di tempo sta mancando anche questo senso del pudore e si trasgrediscono le regole senza più sensi di colpa. Tanto se non se ne accorge nessuno non è reato, se calpestiamo qualcuno che non può reagire o più debole di noi non è peccato, se è una trasgressione per breve tempo è giustificata, se si tratta un favore fatto a noi stessi, tanto tutti lo fanno, si può sorvolare senza vedere tutto ciò che ci sta attorno.
Come se fossimo soli al mondo o tutti dovessero ruotare attorno ai nostri bisogni.
L’ego che prende piede e sfrontatamente prevale su tutto.
Molti poi, vanno a confessarsi secondo le normali regole di Santa Romana Chiesa, altri ritengono di operare bene perché sono "altre" le persone con le quali occorre essere disponibili e clementi.
Salvo cacciare via qualcuno morto di fame che chiede un euro e anche se fosse solo per fumare, perché ci giustifichiamo col fatto che quello potrebbe essere "più ricco di noi" e ci prende pure per il culo.
Pertanto ci sono i pulpiti del politico sui quali ho sorvolato, non certo perché non siano responsabili, ma perché vorrei che si discutesse dei problemi che stanno a monte e che portano un "antitetico a Don Milani" in politica.

Il pulpito dell’elettore che sentenzia col voto e il pulpito ipocrita della religione, così importante, così radicata e perciò così influente per noi. Diventa una setta persino la beneficenza pubblica perché far parte di questo gruppo è essere elite, perché così ci si accudisce la Porta del Regno dei Cieli e chissà quanto è grande e forse è meglio essere in pochi.
Chi è che ci vuole così, come uno stuolo di accoliti lobotomizzati?
E questi accoliti sono poi quelli delle strette cerchie, quelli dal giudizio facile, quei cattolici dalla pietà inesistente, quelli che solo i loro figli sono bravi, belli e intelligenti e meritano una spintarella dal Monsignore e infine quelli che pensano di meritarla perché sono ben visti, salutati e deliziati della considerazione del parroco. E questo credito lo spendono immediatamente con la discesa in campo o da bravi "soldatini di stagno" sostengono alle elezioni un perfetto sconosciuto manco di S.Antioco.
E se una certa analisi sul perché della vittoria di un Sindaco (non della sua lista) fosse vera come il ritorno alla sicurezza dove un mondo cattolico, una comunità stretta attorno al suo parroco, alle sue attività sociali, al suo potere, dunque essendoci pochi Don Milani e molti Don Dollaro si capisce da quale bacino di elettori si viene eletti e come li si deve prendere. Si prende da quelli in prima fila a farsi benedire per sgomitare col vicino di banco per essere primi e più vicini allo schizzo dell’acqua santa.
Una gara anche li.
Questo modo di essere, persino in chiesa, persino in ritiro con Cristo, non certo inventato o suggerito dai preti – che Dio li abbia in gloria – è intrinseco all’uomo ma ciò che fa ribrezzo è che non venga modificato, additato come scorretto e squalificato perché coloro che possono, non lo fanno per avere il consenso facile e dire ciò che gli altri si vogliono sentir dire. Pertanto mentre si sgomita col vicino di comunione (si fa per dire), ci si impietosisce per i nostri poveri fratelli negri della Costa d’Avorio o dell’Angola, in una vera e propria fabbrica di ipocrisia con la chiesa, la TV e perfino la scuola a far da maestri. Per non parlare della famiglia. Questa ipocrita pietà abbinata a voler prevalere, superare, prevaricare è sempre esistita e così ci si lava le mani dall’educare, dal dire cose che non fanno piacere e non creano consenso, ci si lava le mani dall’insistere in certi modelli che non tirano e le prediche diventano parole vuote davanti a modi di fare totalmente opposti. E tutto per salvare l’apparenza, perché se non ti beccano e nessuno lo sa, allora non è peccato, allora non è reato!
Quindi quel modello che ha la faccia tosta, diventa uno che ci sa fare, uno bravo, uno con le palle.
E’ vero che è sempre stato così ma oggi ci sono più strumenti per proporre i buoni modelli, l’accontentarsi, la giustizia sociale, le regole che ti appagano, ma spettacolo, informazione, tendenza, propongono altri modelli che celano il consumismo mascherato da funzione economica necessaria del benessere. Ma spesso questo porta a insoddisfazione, a frustrazione di non essere solo perché non si possiede e dentro questo meccanismo nascono i mostri che hanno e non danno, che prendono e pretendono, che opinano e desiderano condizionare (la politica) e controllare (funzionari e addetti) scelte di intere comunità e tutto non per benessere comune ma per appagamento personale che li porta a giocare al "piccolo dio creatore del mondo" e così perdono di vista l’obiettivo.
Oggi c’è una piccola classe che non conosce regole ma stratagemmi per arrivare, non conosce i finanziamenti che non interessano e decidono che altri non possono prenderli, tutto a discapito anche dei loro gregari che si accontentano di prendere le briciole o avere piccoli sfoghi.
Ma ciò non fa più scandalo, oggi si vuole essere così: furbi, arroganti, "capaci", persuasivi.
Rivestir cariche, seppur a tempo, perché tutto è a tempo, rende alla società solo persone affamate di gloria, assettate di potere e che portano solo cattivi esempi. Ripeto, una notizia del secolo, un tormentone, uno spettacolino e l’inerzia nasconde bene tutto questo e solo più in là ci si potrà accorgere della nostra ingenuità. O pensiamo di essere arrivati?
Ciò che è veramente cambiato nel pensiero comune è l’avvenuto passaggio da un senso di fastidio verso la malapolitica fomentato da Tangentopoli che ci ha portato all’assuefazione, addirittura a metabolizzare il malaffare e sino alla possibilità di poter credere che chiunque potesse arrivare a far politica e dire la sua. Recentemente sono sbucati tanti giovani rampanti e non, portatori di interessi che desiderano avere servizi comuni e non pagare le tasse, desiderano o hanno studiato all’università, tenuta in piedi dalle tasse di tutti, soprattutto prese dalle tasche sicure degli stipendi fissi (assistiti secondo taluni). Non vogliono pagare le tasse per servizi di cui non usufruiscono, vogliono pagare solo quando usano e così giustificano il trattenere i guadagni, non farli circolare ma investirli in situazioni a loro redditizie e quindi far morire automaticamente quella catena economica che dicono di sostenere.
Allontanare così l’idea della morte, cosa che non si può respingere o comprare.
Dopo tutto questo discorrere cosa rimane degli insegnamenti di Don Milani se diamo uno sguardo anche al nostro S.Antioco così suscettibile di modelli facili? Una corsa all’oro, all’immagine, all’egoismo, al consumismo modello pratico di elevazione di tutte le classi sociali?
Andate nei nostri supermercati e guardate la gente, troverete molti di quelli che ho indicato. E a me fa più "paura" la classe sociale più bassa non quella umile e semplice che ancora sopravvive in certe sacche che sembrano venire dal passato, ma quella ignorante e prepotente che vuole avanzare, che vuole copiare le corna della coppia celebre vista in TV, che vuole videochiamare, che vuole elevarsi con Alfa Romeo, col Suv, con la monovolume per accompagnare i bimbi (???) di 15 anni a scuola, che si trattiene all’uscita della scuola elementare a sparlare di quanto è stupida la maestra, quella gente che va piano al lungomare, occhiali scuri, sguardo incazzato verso gli altri e braccio fuori. Tutti dietro e se questi sono dietro non vedono l’ora di superarti, di accudirsi prima l’incrocio, non fermarsi allo stop, non avere pazienza, parcheggiare dove ti porta il cuore e non nelle strisce eh eh eh, stare in mezzo alle corsie, anche se immaginarie, tagliare le curve anche se si va piano e guardare male per vedere se protesti per un tuo diritto, cercare la rissa, cercare il difetto o lo scheletro nell’armadio dell’altro per auto-assolversi.
Insomma guardate come si guida e troverete che società abbiamo.
Non guardate il prossimo come se fossimo soli al mondo e troverete tutto l’opposto di Don Milani.
E così, nei supermercati, nella chiesa, nel lavoro, nei quartieri, nel blog, desiderosi di controbattere chi parla e non le sue idee, ritenere che siano minoritarie o uniche per cercagli i parenti, gli antenati, il contrattino, ritenere che sei cornuto o un trombato nelle elezioni dunque nella vita poi, insomma uno sport di marca antiochense radicato ed ingigantito da questi nuovi modelli esterni.
Ebbene abbiamo migliorato quando siamo stati governati da superbia e arroganza?
E sono passati 15 anni e chissà che ci riserveranno i prossimi 5.
E ora cari, cercate di tornare indietro se fa.
Abbiamo tanti preti, tanti oratori, tanti bigotti e bacchettoni che posso solo immaginare che le prossime generazioni saranno migliori della mia.

(continua…)

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A 40 ANNI DALLA MORTE DI DON LORENZO MILANI PORTO ALLA VOSTRA ATTENZIONE LE PAROLE DI UN SUO ANONIMO "FIGLIO SPIRITUALE" Luca

(continua…)

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